Il tornado e gli occhiali ritrovati

Vincenzo Figlioli

Punto Itaca

Il tornado e gli occhiali ritrovati

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mercoledì 14 Ottobre 2026 - 06:30

La troupe della Rai stava intervistando l’assessore regionale, giunto sul posto per esprimere la propria vicinanza alla comunità marsalese. Intorno a lui le istituzioni locali e i colleghi di partito che hanno ritenuto giusto accoglierlo per parlare di quello che era successo (e magari delle prossime scadenze elettorali). A un certo punto si sente una voce: “Devo recuperare gli occhiali di mio figlio”. Provano a far finta di niente, c’è l’intervista per il tg della sera e la liturgia di queste occasioni pretende il massimo contegno. Ma l’uomo non si arrende: “Fatemi passare, devo recuperare gli occhiali di mio figlio”. Gli va incontro un vigile del fuoco, con atteggiamento comprensivo. L’uomo ribadisce: “Mio figlio non vede niente senza occhiali. Li devo recuperare”. La troupe della Rai capisce che deve interrompere la registrazione dell’intervista. Le parole rassicuranti dell’assessore possono aspettare. Il vigile del fuoco spiega al padre preoccupato che non può farlo entrare a scuola per motivi di sicurezza, ma gli garantisce che lui e i suoi colleghi andranno subito a cercarli se gli spiega qual è l’aula del figlio. “Va in III A, dovrebbe essere la prima a destra”, risponde l’uomo. Due vigili del fuoco entrano in quel che resta della scuola e vanno a cercare gli occhiali. La troupe Rai riprende l’intervista, l’assessore conclude il suo pensiero, rassicurando sull’impegno delle istituzioni regionali per la comunità marsalese. Poi saluta e va via. Lasciano la postazione anche i colleghi di partito.

Nel frattempo arriva un altro assessore regionale, con camicia e bretelle. Telefona al ministro dell’istruzione e gli passa la sindaca. Il ministro manifesta la sua solidarietà e l’assessore fa un sopralluogo per rendersi conto che la scuola è stata completamente sventrata. “Miracolo” è la parola che aleggia con maggiore intensità: c’è chi la tiene dentro ai propri pensieri laici e chi la pronuncia. Nel frattempo, un vigile del fuoco esce dalla scuola avvicinandosi con decisione al cancello d’ingresso. Ha trovato gli occhiali del bambino e li porge al papà. Non sembrano nemmeno rotti. I due si scambiano uno sguardo d’intesa e l’uomo va via rassicurato. Il figlio per qualche giorno non andrà a scuola, ma per lo meno potrà guardare i cartoni animati che gli piacciono tanto, leggere i suoi libri, fare i compiti. Serve un po’ di normalità per rientrare dallo shock di quello che è accaduto venerdì mattina, in un luogo come la scuola, che per il bimbo con gli occhiali e i suoi compagni rappresenta una seconda casa: quella in cui si impara, si fa amicizia, si sorride e si cresce.

Poco dopo vado via anch’io. Porto con me un senso di straniamento che poche volte ho avuto nella mia vita. E sento che mi mancano le parole. Strano, per uno che con le parole è abituato a lavorare da tempo. Per un po’ sento che voglio rivendicare il mio diritto a rimanere in silenzio, rinunciando alla frenesia di trovare la frase a effetto, l’aggettivo evocativo, l’immagine iconica. Ho bisogno di riordinare i pensieri che mi portano a interrogarmi sull’imprevedibilità del caso. Già, l’imprevedibilità. Quella che il nostro tempo cerca in tutti i modi di cancellare. Viviamo con l’ossessione di avere sempre tutto sotto controllo: appuntamenti, scadenze, salute, reazioni emotive, tradizioni, natura, meteo. Non riusciamo a tollerare che nel tempo dell’Intelligenza Artificiale ci sia qualcosa che sfugga alle nostre previsioni. Eppure continua a succedere, nonostante il nostro disappunto. Forse succederà anche più spesso nei prossimi anni, perchè il riscaldamento globale sta trasformando il nostro mare e il nostro clima, aumentando l’incidenza di fenomeni climatici estremi. Il mondo in cui abbiamo vissuto sta cambiando velocemente e noi abbiamo trattato i moniti degli scienziati alla stregua delle profezie di Cassandra.

Mi ostino a pensare che l’unico modo per affrontare le incognite del futuro sia quello di restare umani, senza farci prendere dal panico (per quanto possibile), accantonando quel freddo cinismo che per anni ci hanno lasciato intendere che fosse decisamente più sincero rispetto a uno stucchevole buonismo. Magari anche noi potremo spegnere per un po’ le luci dello show per tornare ad ascoltare le voci degli altri, senza star troppo a pensare a cosa ci guadagnamo.

Come il vigile del fuoco che rimette il casco protettivo per cercare un paio di occhiali, sapendo che aver restituito un po’ di normalità a un genitore e a un figlio avrà dato un senso ancora più profondo al lavoro straordinario della sua giornata.

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