A Favignana risuona ancora l’eco hollywoodiano dell’Odissea di Christopher Nolan, che ha trasformato le Egadi nell’Itaca di Ulisse. Effettivamente, la farfalla del Mediterraneo ha un fascino antico, primordiale, ancestrale, dove la civiltà si è unita alla Natura incontaminata. Complice la sua realtà isolana, si è così creata una società che si evolve su un binario completamente diverso rispetto alla maggior parte delle città, dove il tempo assume la sua vera valenza circolare e per nulla lineare: passato, presente e futuro coesistono sullo stesso piano esistenziale in ogni aspetto, dai dettagli apparentemente più insignificanti, fino agli eventi più rilevanti.
L’equilibrio incantato si spezza durante i mesi estivi, quando l’inevitabile morsa dell’overtourism comincia a soffocare questo lembo di terra, disperdendo temporaneamente quell’anima originaria dietro il rumore della folla e delle barche.
In siffatto scenario, proprio pochi giorni fa, mentre percorrevo il lungomare in sella a una bici, si è materializzato un contrasto quasi surreale. Dalle acque che hanno visto nascere i miti più antichi del Mediterraneo, è comparso lo scafo scuro, imponente e tagliente del Black Pearl. Il suo profilo futuristico e affascinante si è proiettato sul confine tra cielo e mare quasi come fosse un miraggio: sembrava una nave fantasma o un vascello spaziale caduto dal cielo, eppure porta avanti lo stesso legame atavico con gli elementi che appartenevano alle antiche navi greche, vale a dire la pura forza del vento. La sensazione anacronistica che ho provato è stata tanto intensa da ricordarmi quel capolavoro Disney, all’epoca incompreso, “Il pianeta del tesoro”: una trasposizione animata cinematografica de “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson del 1883, ma ambientato nel cosmo, dove le navi ottocentesche si fondono meravigliosamente con l’estetica sci-fi.
Questo gigante che ha solcato con quieta eleganza le onde dell’arcipelago è stato l’ultimo sogno del miliardario russo Oleg Burlakov, prima che la sua dipartita nel 2021 lo trasformasse nel trofeo di una complessa e milionaria battaglia legale ereditaria. Il design è stato curato dal visionario e rivoluzionario progettista di yacht Ken Freivokh.
I numeri di tale “leviatano”: un colosso di 106,7 metri spinto da tre avanguardistici alberi rotanti in carbonio (sistema DynaRig), in grado di dispiegare 2.900 mq di vele in appena 7 minuti.
I bagnanti meno attenti, ma appassionati, osservandolo da lontano potrebbero confonderlo con il celebre Maltese Falcon. Tuttavia, per quanto condividano la stessa tecnologia DynaRig e siano stati concepiti entrambi da Freivokh, presentano sensibili differenze. Innanzitutto, il Maltese Falcon è stato costruito in Italia nel 2006 dal cantiere navale Perini Navi: ha una lunghezza di 88 metri e presenta le classiche e tradizionali vele bianche nostrane. La Black Pearl, al contrario, oltre a essere più grande, è stata assemblata nel 2016 dal cantiere Oceanco dei Paesi Bassi; tant’è vero che inizialmente il suo nome era “Oceanco Y712” e, successivamente, “Project Solar”. Per di più, esattamente come la sua “sorella nello spirito” (la Perla Nera del Capitan Jack Sparrow nella saga di “Pirati dei Caraibi”), questa imbarcazione è dotata di magnifiche e iconiche vele nere.
Inoltre, lo yacht Black Pearl ha portato al livello successivo la tecnologia DynaRig, facendola evolvere in un poderoso capolavoro ingegneristico green: è in grado di attraversare l’Oceano Atlantico a emissioni zero, senza consumare carburante fossile, tramite un sistema che genera energia ed elettricità attraverso la rotazione delle eliche durante la navigazione a vela.
Tale pionieristico veliero specchiato sul set naturale voluto da Nolan, riscrive le regole marine: il passato e il futuro di Favignana-Itaca, fermi nello stesso istante. Arcaismo e contemporaneità si legano attraverso le linee sinuose e accattivanti di questo emblematico galeone avveniristico, che seduce lo sguardo di chiunque appoggi l’occhio sull’orizzonte.
Pensando nuovamente a Ulisse: se egli avesse avuto bisogno di un’astronave per tornare a casa, avrebbe avuto esattamente queste forme.
E concludo con una poetica descrizione firmata da Joseph Conrad: “Il veliero è una macchina che compie il suo lavoro in silenzio perfetto, con grazia immobile, e par nascondere una forza capricciosa e non sempre governabile, che non prende nulla dalle riserve governabili della terra. Non fa per lei l’ineffabile precisione dell’acciaio mosso dal bianco vapore e alimentato da fuoco rosso e da carbone nero. Essa invece par trarre la sua forza dall’anima stessa del mondo, suo formidabile alleato, tenuta all’obbedienza da fragilissimi legami, come un fiero fantasma catturato da una trappola di fili ancora più sottili della seta. Infatti che cosa sono il complesso delle corde più robuste, degli alberi più alti, delle tele più tenaci contro il possente respiro dell’infinito? Sono teli di ragno, steli di cardo, garze”.