L’avvocato marsalese Diego Maggio interviene nel dibattito sul futuro dello Stagnone e di Mozia con una riflessione che intreccia tutela del patrimonio, sviluppo sostenibile e prospettive UNESCO. Nel suo intervento, presentato nell’ambito di un workshop promosso dalla Società Italiana degli Urbanisti e dall’Università di Palermo, Maggio richiama la necessità di una visione condivisa e di una strategia concreta per valorizzare uno dei territori più preziosi del Mediterraneo:
Ringrazio la Società Italiana degli Urbanisti, l’Università di Palermo e gli organizzatori di questo workshop, in particolare il mio concittadino professor Ignazio Vinci, per l’invito che mi hanno rivolto. Non intervengo nella veste di urbanista, di architetto o di pianificatore territoriale, perché non sono nulla di tutto questo. Intervengo (sapendo già di essere nel posto giusto) come presidente dei Paladini di Sicilia, che é un’associazione “di pensiero e valorizzazione” e come persona che da molti anni riflette, scrive e parla sul destino di questo territorio e sul delicato equilibrio fra conservazione e sviluppo.
Quando si discute dello Stagnone di Marsala (o, come preferisco definirlo, della Laguna dei Fenici,) non si parla semplicemente di una riserva naturale, di un sito archeologico o di un’area di pregio ambientale. Ma di un paesaggio culturale complesso, nel quale natura, storia, lavoro umano e memoria collettiva convivono da quasi tremila anni. Nel 2001 presi l’iniziativa di lanciare pubblicamente, attraverso un articolo apparso su un quotidiano nazionale e successivi interventi e interviste, l’idea di una candidatura UNESCO di Mozia. Lo feci perché ritenevo, e continuo a ritenere, che questo luogo possieda tutti i requisiti per essere riconosciuto quale Patrimonio dell’Umanità. Successivamente quell’idea è stata ripresa, oggetto di appropriazione e persino rivendicata da altri. Non me ne dolgo. Le idee appartengono a chi riesce a trasformarle in realtà. Mi rammarica invece che, nonostante venticinque anni siano trascorsi, quella candidatura non sia mai giunta sul tavolo decisorio dell’UNESCO e che il procedimento non abbia prodotto risultati concreti. Anni dopo, nel 2015 nella mia qualità di dirigente del Settore Cultura della Provincia Regionale di Trapani, cercai di recuperare quella prospettiva attraverso una soluzione più ampia e condivisa.
L’idea era quella di estendere il perimetro della candidatura non soltanto a Mozia, ma all’intero sistema delle saline storiche della costa occidentale siciliana, comprendendo la laguna dello Stagnone, Mozia quale cuore storico e simbolico del sistema, e l’intero paesaggio della “coltivazione del mare” fino a Paceco e Trapani. Fu un lavoro bello, lungo e complesso. Riuscimmo a raccogliere l’adesione convinta delle amministrazioni interessate, della Fondazione Whitaker, proprietaria di Mozia, del WWF, ente gestore delle saline di Trapani e Paceco, e di numerosi altri soggetti culturali. Anche quel percorso, tuttavia, non arrivò a compimento. Non soltanto per la mia successiva immissione in quiescenza, ma soprattutto perché, al momento decisivo, quando occorreva investire risorse pubbliche per costruire un dossier competitivo e sostenerne il percorso internazionale, prevalse lo scetticismo. Molti considerarono quella prospettiva una suggestione culturale, una teoria affascinante ma priva di ricadute concrete. In altre parole, una buona idea, ma non una priorità.
Oggi non sono in grado di dire quale sia lo stato effettivo di eventuali iniziative anche recentemente intraprese. Posso però riferire che, proprio ieri, un esperto delle procedure UNESCO mi ha confermato di non avere trovato traccia, nei percorsi ufficiali dell’Organizzazione, di una accettazione nella Tentative List di una candidatura formalmente avanzata esclusivamente per Mozia. Se ciò corrisponde al vero, significa che siamo ancora fermi al punto di partenza. E questo suona conferma del fatto che il vero problema non sia la carenza di valore universale del sito, bensì la mancanza di una regia stabile, competente e determinata. Adesso bisogna riprendere il toro per le corna. Bisogna capire che, visto lo stato di avanzamento del Progetto “Man and Biosphere” – nel cui ambito Mozia è naturalmente ricompresa – meritoriamente promosso dalla Camera di Commercio (e sviscerato dalle Amministrazioni di Marsala, Misiliscemi, Paceco e Trapani) varrebbe la pena concentrarsi su di esso e unire le forze, riconoscendo che questo percorso si è dotato delle professionalità necessarie che hanno affrontato il tema con perizia e convinzione. Perché nei confronti dell’UNESCO non si può procedere con il romanticismo. Servono metodo, precisione, competenza, documentazione, capacità progettuale e perseveraza.
L’UNESCO non premia le emozioni. Premia i dossier ben costruiti come quello meticolosamente elaborato per questo MAB. Premia le comunità coese che sappiano superare le divisioni localistiche o categoriali e che dimostrino di avere compreso il valore universale del proprio patrimonio e di essere capaci di proteggerlo. Portare a casa questo riconoscimento è prioritario e intelligente rispetto ai distinguo perimetrali che ben potranno essere successivamente conciliati nel Piano di Gestione A chi teme che una tutela internazionale possa ostacolare lo sviluppo economico rispondo con domanda molto semplici. Quali risultati hanno prodotto i siti UNESCO siciliani? Quali erano le cifre dell’Etna prima del riconoscimento e quali sono oggi? Quali erano i numeri delle Isole Eolie, della Villa Romana del Casale, del percorso Arabo-Normanno di Palermo prima e dopo l’iscrizione? E per toccare una conquista alla quale ho lavorato intensamente dopo averne, anche lì, lanciato l’dea nel 2008: quali ricadute ha avuto sul turismo, sull’occupazione, sull’indotto economico, sulla notorietà internazionale dell’isola di Pantelleria il sigillo UNESCO ottenuto nel 2014 sulla pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello?
Queste sono domande alle quali si può rispondere con dati oggettivi. E io credo che una seria analisi comparativa dimostrerebbe come la tutela intelligente non impoverisca i territori, ma li rafforzi. Mi piacerebbe persino che si potesse misurare non soltanto l’incremento economico, ma anche il livello di benessere e di soddisfazione delle comunità che vivono all’interno di territori riconosciuti come beni appartenenti all’intera umanità. Perché il patrimonio culturale non è una decorazione. È una componente essenziale della qualità della vita. Naturalmente tutto ciò non elimina le problematiche reali che questo territorio deve affrontare. Occupazione di suolo, pressione edilizia, utilizzo delle acque lagunari, navigazione, turismo, sport acquatici come il kitesurf, attività produttive, servizi e infrastrutture. Il problema dei problemi non è impedire lo sviluppo, ma impedire che lo sviluppo cancelli le ragioni per cui questo territorio merita di essere sviluppato. Tutto può essere reso compatibile.
Questa è la parola chiave: compatibilità. Compatibilità fra tutela e crescita. Compatibilità fra economia e ambiente. Compatibilità fra presenza antropica e conservazione dell’identità dei luoghi. Le attività economiche devono esistere. Le persone devono poter lavorare. Le famiglie devono poter prosperare. Ma nulla deve alterare irreversibilmente l’anima del territorio. Perché una comunità può sopravvivere a molti errori. Difficilmente sopravvive alla perdita della propria identità. Esiste infine un’ultima questione che non può essere ignorata. Le riserve naturali non si gestiscono con le dichiarazioni di principio, bensì con persone, mezzi, competenze e risorse. Quando un ente viene individuato quale gestore di una riserva naturale orientata, non gli si può semplicemente trasferire una responsabilità senza trasferirgli anche gli strumenti necessari per esercitarla. Altrimenti si affida la custodia di un patrimonio immenso a chi non dispone dei mezzi adeguati per custodirlo. E se un ente si rende conto di non possedere più le risorse necessarie per svolgere efficacemente quella funzione, dovrebbe avere il coraggio amministrativo e l’onestà intellettuale di rivelarlo pubblicamente e, se necessario, di rimettere il mandato nelle mani di chi possa svolgerlo meglio. Perché la peggiore forma di gestione è fingere di gestire.
Vorrei concludere ricordando che l’ambiente non è soltanto acqua, terra, flora e fauna. Ambiente è anche il luogo nel quale gli uomini hanno abitato, lavorato, resistito, generato figli, costruito comunità e trasmesso memoria. È il punto di incontro fra natura e civiltà. Per questo credo che la vostra missione di studiosi, ricercatori e pianificatori sia straordinariamente importante. A voi, infatti, è affidato il compito di rendere compatibile la presenza dell’uomo con la permanenza dell’identità dei luoghi. A voi è affidato il compito di dimostrare che conservare non significa immobilizzare e che sviluppare non significa distruggere. Consentitemi, prima di concludere, un breve riferimento a una funzionale esperienza che sto vivendo in questi anni recenti e che considero pertinente ai temi di questo workshop.
Per incarico del Dipartimento dell’Agricoltura della Regione Siciliana, sono professionalmente e passionalmente impegnato nella redazione del dossier italiano di una candidatura UNESCO a carattere transnazionale, nata da un’idea promossa dalla mia associazione, i Paladini di Sicilia, insieme al Club per l’UNESCO di Marsala e al Comitato Civico Miglioriamo Marsala. L’obiettivo è il riconoscimento quale Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità della tradizione della fortificazione dei vini nella cosiddetta “Fascia del Sole” mediterranea, il Sun Belt evocato dalla cultura anglosassone. Su un Memorandum of Understanding da me predisposto si è già costituita una Rete Europea che unisce Marsala, Jerez de la Frontera, l’isola greca di Samos e la Confederazione dei Vini Dolci Naturali della Francia mediterranea, che comprende dodici denominazioni di origine, incluse quelle della Corsica settentrionale. Sono reduce, anche come relatore, proprio in questi giorni dal quarto incontro operativo svoltosi a Jerez de la Frontera, nell’ambito di Vinoble, il principale salone internazionale dedicato ai vini fortificati, cioè liquorosi. Richiamo questa esperienza non per attribuirmi meriti personali, ma perché essa conferma quanto il tema UNESCO sia oggi uno straordinario laboratorio di confronto tra identità locali e visione internazionale.
Come già dettoVi, ho avuto la fortuna di contribuire, anni fa, anche al percorso che portò al riconoscimento UNESCO della pratica agricola della vite ad alberello di Pantelleria e posso testimoniare come la tutela del patrimonio non costituisca un ostacolo allo sviluppo, ma al contrario possa diventare – come sono certo sarà per il MAB – uno strumento di crescita economica, culturale e sociale, purché sia governata con competenza, rigore e capacità progettuale. Nel caso dei vini fortificati mediterranei, il valore risiede non soltanto nella tecnica produttiva, ma nella capacità di mettere in relazione popoli diversi che condividono condizioni climatiche simili, tradizioni agricole affini, paesaggi modellati dall’uomo e una comune appartenenza alla civiltà mediterranea. Proprio per questo ho proposto, nel mio recente soggiorno in terra andalusa, di qualificare questi vini anche come “Vini della Pace”, nella convinzione che la cultura rappresenti uno dei più efficaci strumenti di dialogo tra comunità e territori. Mi pare che questa esperienza confermi una lezione fondamentale: la tutela del patrimonio non può essere interpretata come una sottrazione di opportunità, ma come la ricerca di un equilibrio superiore tra conservazione e sviluppo, tra identità e innovazione, tra memoria e futuro.
È esattamente la stessa sfida che ritroviamo qui, nello Stagnone, a Mozia e nei paesaggi dei quali oggi stiamo discutendo. Vorrei lasciarvi una frase di Benedetto Croce che accompagnò il mio esame di Maturità Classica nel 1973 e che considero ancora oggi attualissima: “Ciò che l’uomo ha ereditato dai suoi padri deve sempre riguadagnarselo con i suoi sforzi per possederlo saldamente.” Ve la consegno come riflessione finale. E ve la affido affinché possiate farne non soltanto un uso professionale, ma anche sentimentale. Perché senza sentimento non si comprendono i luoghi. E senza amore non si protegge nulla. E perché noi abbiamo il dovere morale di consegnare questo territorio ai nostri figli in condizioni non peggiori ma migliori di come lo abbiamo ricevuto,. Non deturpato, non trascurato, non svilito. Ma valorizzato, custodito e meritato. Solo così potremo dire di avere onorato l’eredità ricevuta e di averla trasmessa degnamente a chi verrà dopo di noi.