Violenza giovanile, “Punire non basta, così il problema rischia di aggravarsi”

redazione

Violenza giovanile, “Punire non basta, così il problema rischia di aggravarsi”

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domenica 02 Agosto 2026 - 14:00

La discussione sulle nuove misure contro la violenza giovanile riaccende il confronto tra repressione e prevenzione. Sul tema interviene Matteo Anastasi, psicologo e pedagogista, che invita a guardare oltre il reato e a interrogarsi sulle cause profonde del disagio che coinvolge una parte degli adolescenti. Nella sua riflessione, Anastasi critica un approccio esclusivamente punitivo e richiama la necessità di investire in educazione, sostegno psicologico, percorsi di inclusione e opportunità concrete per i giovani:

Il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo disegno di legge sulla sicurezza e sulla violenza giovanile che introduce la presunzione di imputabilità dai 14 ai 18 anni, inverte l’onere della prova e modifica le norme del codice penale. RaiNew È la cosiddetta legge anti Maranza, la tensione tra l’approccio punitivo e quello preventivo o rieducativo torna alla ribalta, molti psicologi, pedagogisti, assistenti sociali evidenziano che la legge interviene solo sull’atto finale, (il reato) senza considerare le cause sistemiche riguardanti il prima e il dopo. Cosa c’è prima del reato?

C’è un forte disagio psicologico, e quando parliamo di disagio psicologico non possiamo liquidarlo con cause immaginarie o con il sentenziare ‘Ce l’hanno nel sangue’. Disagio psicologico significa che una personalità in crescita non ha trovato i necessari sostegni affettivi e di cura che ne avrebbero sostenuto un sano sviluppo. Allo stesso modo in cui ad una pianta è venuta a mancare la concimazione, l’irrigazione, la luce sufficiente per svilupparsi. Tutto questo significa che sono venute a mancare gli affetti e le attenzioni familiari che successivamente hanno determinato un disadattamento scolastico, una mancata socializzazione, un vuoto anziché progetto di vita. In questo contesto la pianta umana soffre di denutrizione, viene privata di un sano sviluppo verticale e orizzontale mentre i cespugli selvatici hanno preso il sopravvento soffocandola. In questo contesto la pena ha solo la funzione di anticipare l’ingresso nel circuito penale. Certo è che se il fenomeno maranza è in crescita qualcosa non ha funzionato e non si può attribuire a chi è soggetto di cura la responsabilità di essere ammalato.

Allora il problema sta nell’analisi del contesto determinante la disfunzionalità e nell’intervenire in modo adeguato, cosa che comporta il coinvolgimento di specialisti nel settore, investimenti necessari e interventi adeguati distinguendo da una parte una rivisitazione dell’ambiente di vita dei soggetti in età evolutiva come detto più sopra, dall’altra, quando il reato è stato compiuto, un percorso educativo individualizzato di lavoro/studio e lo svolgimento di attività socialmente utile. A questo proposito andrebbero prese in considerazione le strutture residenziali supportati da educatori, psicologi, assistenti sociali per ricostruire una sana quotidianità; i laboratori professionali (meccanica, artigianato, cucina, cura del verde, del territorio ecc.) al fine di progettare un futuro fornendo gli strumenti operativi e riempiendo un vuoto esistenziale intollerabile. L’intervento semplificato dello Stato, così come proposto risulta essere un intervento cieco, sbrigativo dettato da un’ideologia di facile consenso ma che anziché risolvere il problema lo aggrava”.

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