Quale Ponte

Claudia Marchetti

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Quale Ponte

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domenica 10 Maggio 2026 - 11:49

Il Ponte sullo Stretto è legge. La politica si applaude da sola mentre fuori, nel Paese reale, si alza più di un sopracciglio. Perché mentre a Roma si vota la fiducia e si accelera sull’opera simbolo dell’attuale Governo (quello con Salvini che anzichè ai treni (ciuf ciuf) pensa a case e ponti) tra Sicilia e Calabria non si sente alcun coro festoso. Piuttosto un brusio lungo, stanco, diffidente. Il decreto è passato, certo, ma il passaggio non ha il sapore della svolta condivisa. Piuttosto quello della decisione già scritta, portata a casa con la consueta scorciatoia della fiducia, che evita discussioni, smorza le opposizioni e soprattutto riduce il dibattito a una formalità. E quando la politica smette di discutere, il territorio comincia a mugugnare.
E qui il mugugno è tutt’altro che lieve. Perché mentre si celebrano miliardi e cantieri futuri, il Sud reale continua a fare i conti con l’ordinario disastro quotidiano: treni che sembrano prove di pazienza, strade che si sgretolano, collegamenti interni che rendono qualsiasi spostamento un esercizio di resistenza. Ma la narrazione ufficiale preferisce lo spettacolo del Ponte. Il resto, evidentemente, può aspettare. Cosa dovremmo aspettare? Che un’opera da miliardi diventi la soluzione magica di problemi strutturali che non si affrontano da decenni? Oppure aspettare che qualcuno, prima o poi, spieghi con chiarezza perché il Mezzogiorno dovrebbe sentirsi più vicino al futuro grazie a un ponte e non grazie a ciò che già oggi non funziona? Nel frattempo, le opposizioni parlano di forzature, di un decreto blindato, di un’idea di sviluppo calata dall’alto. Politichese, ovvio, che però indubbiamente intercetta il sentimento di tanti siciliani e non: la sensazione che si stia correndo su un progetto gigantesco mentre il terreno sotto i piedi continua a cedere. E Niscemi ne sa qualcosa.

E poi c’è il capitolo dei soldi, che in Italia non è mai secondario. Miliardi spostati avanti nel tempo, cifre che crescono, promesse di indotto, di occupazione, di rilancio. Il risultato è un paradosso quasi comico, se non fosse serio: si parla del collegamento tra due regioni mentre quelle stesse regioni restano spesso scollegate al proprio interno. È un po’ come costruire una superstrada tra due isole e dimenticarsi che le isole, nel frattempo, non hanno ancora le strade per arrivarci. Il Ponte, invece di unire, rischia di diventare l’ennesimo simbolo di divisioni tra Nord e Sud. Serve più un ponte sullo Stretto o un ponte tra le promesse e ciò che il territorio vive ogni giorno? Per ora, il secondo sembra ancora in costruzione. E senza neppure un cronoprogramma.

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