Caro Vincenzo,
ho letto con attenzione le tue riflessioni sul clima che accompagna la campagna elettorale a Marsala e mi trovo in larga parte d’accordo: oggi più che mai serve una politica capace di produrre contenuti, visione e responsabilità, non soltanto reazioni emotive.
È vero, la politica deve recuperare una funzione pedagogica. E questa responsabilità dovrebbe essere assunta da tutte le forze politiche, senza eccezioni. Non si tratta di essere “maestri” nel senso paternalistico del termine, ma di contribuire a costruire un linguaggio pubblico più alto, più rigoroso, più rispettoso. Un linguaggio che aiuti a comprendere la complessità invece di nasconderla.
Ho l’età per ricordare — quasi per osmosi familiare — le tribune politiche della Prima Repubblica. Mio padre, nell’epoca dell’analogico e del monopolio RAI, ce le faceva seguire senza alternative. Per una bambina erano spesso indigeste, certo. Eppure, col tempo, ne ho compreso il valore: quella dialettica, a tratti difficile, ci obbligava a uno sforzo di comprensione. I toni potevano essere accesi, ma raramente scadevano nell’insulto personale o nella volgarità. Si combatteva sulle idee, non sulle persone.
Oggi, al contrario, tutto appare frullato, semplificato, reso immediatamente consumabile. Una semplificazione che viene spesso giustificata in nome di una presunta democratizzazione del linguaggio, ma che in realtà rischia di abbassare l’asticella del confronto pubblico.
È una dinamica che ho riscontrato anche nella mia esperienza di insegnante: si tende a semplificare il linguaggio per “avvicinarsi” agli studenti, senza accorgersi che così si sottrae loro la possibilità di crescere. Comprendere richiede fatica, e la fatica è parte essenziale dell’apprendimento. Se abbassiamo continuamente il livello, non includiamo di più: impoveriamo tutti. Ma, soprattutto, contribuiamo a trasformare la democrazia in una oligarchia, in cui il potere finisce nelle mani di pochi che possiedono gli strumenti culturali per decodificare la complessità. È un rischio concreto, che si riflette anche nell’astensionismo crescente e nella disaffezione verso la partecipazione pubblica.
Scuola, famiglia, media e politica sembrano talvolta impegnati in una sorta di gara al ribasso, nel tentativo di rendere tutto più facile, più immediato, più accessibile. Ma nel farlo rischiamo di banalizzare anche ciò che meriterebbe profondità, riflessione, tempo.
Per questo credo sia necessario un nuovo patto: tra istituzioni, certo, ma anche tra generazioni. Un impegno condiviso ad alzare il livello del linguaggio e della comunicazione pubblica. A restituire dignità al confronto. A educare — nel senso più alto del termine — alla complessità.
Scontrarsi duramente sui temi, senza paura del conflitto, ma sapersi stringere la mano fuori dall’agone politico. Distinguere con chiarezza il piano personale da quello politico. Recuperare il rispetto come condizione minima, non come concessione.
Se la politica saprà ritrovare questa funzione, allora potrà davvero contribuire a costruire comunità più consapevoli, più forti, più libere.
Con stima,
Antonella Milazzo
Lavori Pubblici