Nessuno ha creduto nemmeno per un istante che con l’assassinio di Khamenei, guida spirituale e massimo esponente politico dell’Iran, la guerra si sarebbe potuta concludere, come se si trattasse di un Venezuela qualunque. Eppure l’impressione è che Trump, mal consigliato dal suo compare Netanyahu, non abbia compreso fino in fondo il significato del suo gesto: aver scatenato l’inferno nel cuore del Medio Oriente, con il rischio di trascinare mezzo mondo nel vortice. Quel salto nel buio che alcuni dei suoi stessi consiglieri avevano paventato è appena iniziato. E più passano le ore e i giorni, più si allungano le proiezioni di durata di una guerra che in molti hanno definito assurda.
Assurda perché esplosa proprio mentre l’Iran sembrava aver accettato le condizioni delle ultime trattative con gli Stati Uniti in Oman. Certo, l’odore di polvere da sparo era nell’aria: da settimane le agenzie parlavano di un’aggressione imminente. E così, con lo scoppio dell’ennesimo conflitto – il nono della seconda era Trump, alla faccia del Nobel per la pace – non sono mancati i proclami in perfetto stile trumpiano, senza filtri, senza giri di parole, come piace a questa destra Maga, estrema, violenta e arrogante. Si gioca cioè a carte scoperte: per il “cambio di regime”.
Che fosse questo l’obiettivo non sorprende nessuno. Sorprende invece la fragilità della versione ufficiale: l’Iran come minaccia nucleare da neutralizzare a ogni costo. Una narrazione che non convince nessuno, soprattutto dopo le “prove generali” nel giugno dell’anno scorso, quando i principali siti militari e nucleari iraniani – Fordow, Natanz, Isfahan – furono bombardati e messi fuori uso, decretando di fatto un knock-out tecnico. Ma ecco che, uscita dalla porta, oggi la guerra rientra dalla finestra con la versione colpevolista: “Ve l’avevamo detto, ma avete voluto fare di testa vostra”. È esattamente questa la narrazione che passa e buca lo schermo. O almeno, la narrazione che vanno raccontando i due compari, Trump e Netanyahu, sempre più uniti nel destino di autocrati spregiudicati, seppur ancora formalmente in veste democratica.
In tutto ciò, i grandi assenti – come sempre – sono gli europei. Non avvertiti prima, e forse neanche dopo l’attacco. Con le solite scene da avanspettacolo riservate al nostro governo, suo malgrado protagonista con il ministro Crosetto in un rocambolesco rientro dal teatro di guerra, bizzarro quanto ridicolo nei modi e nelle comunicazioni ufficiali. D’altronde Tajani e Crosetto, alias Gianni e Pinotto, quando ci si mettono, riescono sempre a regalare grandi emozioni. Ma bisogna ammettere che anche nel resto dell’Europa che conta non va meglio: lì, da tempo, con Trump in campo non si riesce più a toccare palla. Mentre c’è da notare che il premier britannico Starmer, sembra impegnato in una gara a distanza con Meloni per aggiudicarsi il ruolo di “ruota di scorta” di Washington; stavolta bruciando la premier italiana sul tempo e affrettandosi a dare l’ok all’utilizzo delle basi britanniche in Medio Oriente.
Nel contempo, da Bruxelles – così come dalle principali cancellerie continentali – filtra tutto il malumore per l’ennesimo atto di hybris, di tracotanza, compiuto dagli Stati Uniti senza neppure il tentativo di un minimo cappello di diritto internazionale.
Trump – che ormai va chiamato per quello che è: un pericoloso autocrate che quotidianamente fa a fettine una delle democrazie più antiche del mondo – è riuscito persino a mettere quasi tutti d’accordo nel disprezzo verso la sua persona. E così, quando perfino Putin, decano honoris causa di autocrazia, arriva ad accusarlo di aver aggredito arbitrariamente uno Stato sovrano, si sfiora francamente il grottesco. Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Quel Putin che appena quattro anni fa ha fatto esattamente la stessa cosa invadendo l’Ucraina. Tutto ciò dà l’esatta misura del grado di allucinazione con cui questi autocrati globali stanno provando – ognuno a proprio modo e sempre in maniera tirannica – a riscrivere la narrazione secondo le linee guida della loro propaganda.
No, l’aggressione di Trump al regime – sanguinario e dittatoriale – degli ayatollah non è una buona notizia per nessuno. Non lo è per i civili iraniani, che pagheranno il prezzo più alto. Hanno cominciato a pagarlo, fin dal primo giorno, quando per “errore” un missile ha centrato in pieno una scuola elementare a Minab, uccidendo 148 persone, fra cui la maggior parte bambine e ragazze. Non lo è per la stabilità regionale, già compromessa dalla reazione scomposta dei pasdaran, i “guardiani della rivoluzione”, che nelle 48 ore successive all’attacco congiunto israelo-americano, hanno colpito all’impazzata: Emirati, Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Kuwait, fino a lambire una base britannica a Cipro. Non lo è per la finanza globale, con le borse in fibrillazione e il prezzo del greggio in salita dopo il blocco dello stretto di Hormuz. E nemmeno per Russia e Cina, entrambe legate all’Iran da rapporti economici e militari. E – in ultima analisi – non lo è per gli stessi Stati Uniti, che al loro interno hanno una vasta minoranza musulmana che potrebbe diventare un fattore di instabilità pericolosissimo.
E allora, cui prodest? A chi conviene tutto ciò? Certamente a Israele e al suo presidente Netanyahu che, da tempo immemore, è alle prese con una guerra permanente. Sembra che Israele non aspettasse altro che un pretesto per riprendere a colpire il Libano, casa degli Hezbollah sciiti, alleati degli ayatollah. Peccato che questi, malmessi e da tempo isolati dai loro sovvenzionatori, avessero già chiarito di aver sganciato le loro sorti da quelle di Khamenei. Ma nulla: Israele non ascolta, punisce a testa bassa, in modo orizzontale e simmetrico, i suoi vecchi nemici.
L’impressione è che per Netanyahu questo sia davvero il momento del rischia tutto, in cui tutto può accadere. Dopo aver raso al suolo Gaza, ora accarezza apertamente il sogno della “Grande Israele”, finalmente – nella sua visione – libera dall’impiccio arabo. Ma prima dovrà superare l’esame più duro: sbarazzarsi del suo nemico giurato, l’Iran degli ayatollah. E c’è da scommettere che questo nuovo arrembaggio finirà per tradursi anche in un ulteriore avanzamento dei coloni in Cisgiordania.
Come diceva Mao Zedong, alle prese con le mille anime della Cina del tempo: “Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.” Una massima che sembra cucirsi perfettamente a quanto si sta delineando oggi in Medio Oriente. E che il duo Netanyahu-Trump ha fatto propria. Nell’incertezza in cui l’intera regione è precipitata, una sola cosa appare certa: Israele, forte del fratello maggiore americano, dà tutta l’idea di voler passare all’incasso. Mentre i Paesi arabi – compresi gli Emirati del Golfo e l’Arabia Saudita, che negli ultimi anni hanno lavorato invece per una regione stabile – si ritrovano trascinati a forza in un conflitto che nessuno di loro voleva. Nessuno, tranne Trump e Netanyahu.
Resta ora da fare i conti con due cose: lo Stato profondo iraniano, orgoglioso della propria indipendenza, storia e cultura, che – questa è l’impressione – venderà cara la pelle; e il sistema di intelligence militare che Pechino e, perché no, anche Mosca potrebbero aver già messo a disposizione dei loro “amici” iraniani.
Resta da capire quanto costerà al mondo questo “regime change” deciso a tavolino. Senza contare – per essere chiari – che ci siamo già incanalati sulla traiettoria di una terza guerra mondiale sotto mentite spoglie, anche se forse non ce ne siamo ancora accorti.