Un mondo senza più freni

Gianvito Pipitone

La Corda Pazza

Un mondo senza più freni

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mercoledì 07 Gennaio 2026 - 06:00

C’è un momento, nella storia delle civiltà, in cui gli eventi smettono di essere semplici fatti e diventano segni inequivocabili, attraverso cui intuiamo le nuove sovrastrutture del mondo. L’arresto di Nicolás Maduro con l’operazione militare statunitense e la successiva minaccia, di un possibile takeover americano sulla Groenlandia, territorio del Regno di Danimarca, appartengono a questa categoria: non sono più episodi isolati, ma fenditure attraverso cui si intravedono le nuove linee guida del potere globale.

Non viviamo più nel tempo della geopolitica così come l’avevamo conosciuta: una competizione – seppur asimmetrica – tra Stati sovrani. Siamo entrati nel tempo della post-geopolitica, che non è più gestione del conflitto, ma amministrazione di un collasso già avvenuto, ancor prima di manifestarsi. In questo scenario la forza non si misura più sul consenso o sul diritto internazionale, ma sulla rapidità con cui un attore interviene per ottenere ciò che ha già deciso di prendersi.

L’abbiamo visto nell’operazione lampo che ha portato alla cattura di Maduro, accompagnata dall’annuncio che gli Stati Uniti “gestiranno” la transizione venezuelana e “rimetteranno in moto il petrolio”. E lo vediamo nelle dichiarazioni che evocano un possibile controllo americano di territori strategici, dai Caraibi fino ai ghiacci artici.

A questo punto, con questa nuova modalità d’intervento, nulla impedisce di stilare una lista aggiornata dei Paesi a rischio di finire nel mirino della Superpotenza globale. Messico e Colombia, innanzitutto: più del Venezuela, sono direttamente immersi nel traffico di droga. Cuba, per ragioni politiche che non hanno bisogno di spiegazioni. E poi l’Iran, nemico per procura attraverso Israele. Da lì, la rassegna può proseguire scendendo lungo la mappa: Stati e staterelli retti da governi non allineati agli interessi americani, ognuno con il proprio grado di vulnerabilità, ognuno potenzialmente esposto alla stessa logica.

In questo scenario, infatti, il limite – quel principio che per secoli ha reso possibile la convivenza tra potenze – sembra dissolversi. Quando una superpotenza agisce come se il mondo fosse un’estensione operativa del proprio territorio, catturando un presidente straniero come fosse un obiettivo militare o evocando la possibilità di prendere il controllo di un territorio di un alleato scambiandolo per un asset – petrolio, litio, carbone – allora quel limite, già fragile, non è più un confine da rispettare, ma un fastidioso ostacolo da rimuovere.

È la logica del Gestell heideggeriano: tutto si trasforma in risorsa, tutto diventa inquadrabile, disponibile, quindi prelevabile. Come nel capitalismo spinto alle sue estreme conseguenze: ogni cosa ha un prezzo e, proprio per questo, può essere astrattamente acquistata. E, nella sua variante più distorta, chi detiene più potere – e dunque più forza – tenta di esercitarlo senza pagarne alcun costo.

Sì, triste dirlo, ma siamo ritornati qui. Non al Leviatano di Hobbes, che almeno presupponeva un contratto tra il Sovrano e i sudditi. Qui il contratto sembra non esserci affatto. E forse è proprio questo il punto più inquietante: un potere che non sente nemmeno il bisogno di giustificarsi. Cosa c’è di peggio ?

Il mondo, così, non ha più un ordine – ammesso che ci fossimo davvero illusi che ne avesse uno – ma una gerarchia di disponibilità. Siamo tornati al mondo del Far West, ancor prima dell’OK Corral: un territorio dove tutto appare lecito e possibile, perché rientra nella propria disponibilità. E ciò che resiste, ciò che non si lascia assorbire, diventa subito un intralcio da sistemare, da “normalizzare”. Della serie, tranquilli: ci pensa Trump.

Questo accade quando scompare la – ahimè mai abbastanza celebrata – retorica dei diritti, e la democrazia non riesce più a porre un argine. Laddove il potere non incontra resistenza attiva, arriva quel gesto che si auto‑legittima: una forza che non sente più il bisogno di giustificarsi per agire.

La vera minaccia, però, non risiede negli atti in sé, ma nella loro normalizzazione. E quando quello che dovrebbe essere l’eccezione diventa prassi, il mondo entra in una zona grigia permanente: uno spazio in cui non si capisce più bene se siamo in pace o in guerra, se prevale il diritto o l’arbitrio, se regna l’ordine oppure il caos.

Si entra così in un regime dell’indeterminato, dove questo precedente fa scuola e rischia di fissare un punto fermo, forse definitivo, sull’autorità che gli Stati Uniti pretendono di esercitare sul pianeta nel prossimo futuro: non solo sui loro nemici dichiarati ma anche sugli ex alleati oggi ancora amici.

Non a caso, l’Europa somiglia a un attore che continua a parlare latino in un mondo che ha già cambiato lingua. Le sue reazioni, pur moralmente fondate, sembrano mosse più dal timore che da una reale convinzione politica. E anche quando richiama il principio di autodeterminazione – «la Groenlandia appartiene al suo popolo e solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere il futuro dell’isola», hanno dichiarato oggi in un comunicato congiunto – l’impressione è quella di una voce debole, inefficace, già sconfitta prima ancora di essere ascoltata.

La verità è che nessun presidente americano rivedrà la propria strategia perché Scholz, Macron o Starmer si dicono indignati o invocano il diritto internazionale.

Tuttavia, non tutto è perduto. Almeno, non ancora. A novembre – sempre ammesso che ci si arrivi senza ulteriori e più gravi scosse – negli Stati Uniti si terranno le elezioni di mid‑term, e già oggi affiorano tensioni interne che potrebbero influire sulle scelte future. Diverse analisi segnalano un malessere crescente: settori del Partito Democratico inquieti e preoccupati per l’escalation militare; correnti repubblicane che interpretano “America First” in modo più restrittivo rispetto a un attivismo esterno così spinto; e una parte della base conservatrice che vede certe operazioni come un tradimento del mandato originario, centrato sul riportare risorse e attenzione sul fronte interno.

Non sono dettagli di poco conto. Il punto è capire quanto la democrazia verrà ancora erosa da qui a novembre. Le elezioni di mid‑term restano l’unico freno interno su cui si possa realisticamente sperare per contenere una amministrazione che procede senza regole.La speranza, se così si può chiamare, è che anche questo nuovo impero – verrebbe da dire: del male – mostri le sue faglie. Ed è forse qui che si può investire, augurandoci un barlume di ottimismo della ragione.

Non nell’illusione che tutto andrà bene, ma nella consapevolezza che non tutto è già scritto. Nessun sistema può reggersi soltanto sulla forza: anche la potenza più determinata deve prima o poi fare i conti con la propria opinione pubblica, con i propri equilibri interni, con la propria stanchezza.

Se nel frattempo un minimo di deterrenza – politica, diplomatica, culturale – riuscirà a sopravvivere, forse potremo ancora rallentare questa corsa verso l’autodistruzione. Si spera, prima di impattare con le simmetriche aspettative della Cina e, in scala minore ma con maggiore assertività e imprevedibilità, della Russia. Insomma, sarà un 2026 lungo ed estenuante.

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