Processo Perricone, l’ex vicesindaco di Alcamo sentito sulla bancarotta fraudolenta

redazione

Processo Perricone, l’ex vicesindaco di Alcamo sentito sulla bancarotta fraudolenta

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mercoledì 25 Novembre 2020 - 19:22
Processo Perricone, l’ex vicesindaco di Alcamo sentito sulla bancarotta fraudolenta

È stato ultimato, presso il tribunale di Trapani, l’esame della difesa dello storico esponente del PSI alcamese. Nel corso dell’udienza, il pubblico ministero ha depositato alcuni documenti, tra cui la visura del contratto di affitto dei locali in via Goldoni ad Alcamo, tra la Cea e la Promosud, risalente al 2007. Ciò dimostrerebbe, dal punto di vista accusatorio, la presenza dell’ex vicesindaco in detti uffici al momento dell’aggiudicazione dell’appalto dei lavori di ampliamento del porto di Castellammare del Golfo.

Lunedì mattina, nell’aula Giangiacomo Ciaccio Montalto del Palazzo di giustizia di Trapani si è concluso l’esame della difesa dell’ex vicesindaco di Alcamo, Pasquale Perricone, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Benenati, che ha avuto ad oggetto la bancarotta fraudolenta della Nettuno, società coinvolta nel sequestro del 2010 del cantiere dei lavori di ampliamento del porto di Castellammare del Golfo, effettuato dalla guardia di finanza di Trapani ed Alcamo. Dalla documentazione rilevata dalle fiamme gialle, nel corso dell’operazione su delle false forniture, figurava tra le imprese costituenti la citata società consortile, utilizzata come unico centro di imputazione dei costi, anche la Cea, cooperativa fondata nel ‘69 dal padre dello storico esponente del PSI alcamese, Pasquale Perricone. La società Cea operava come associata del Coveco (Consorzio Veneto), capogruppo dell’Ati (Associazione temporanea di imprese) che si era aggiudicata nel 2007 l’appalto dei lavori del porto di Castellammare del Golfo. Per la Procura di Trapani, che ha condotto un’altra inchiesta denominata “Affari Sporchi” del 2016, da cui è poi scaturito il processo in corso, la cooperativa sarebbe stata occultamente gestita dall’ex vicesindaco di Alcamo.

Per l’accusa, la Nettuno sarebbe fallita sia a causa della sua mancata fatturazione alle imprese dell’Ati (Cea, Cogem, Comesi-Taomar), le quali a loro volta avrebbero dovuto riversare alla suddetta società le somme incassate dai Sal (stato avanzamento lavori), che per la mancata attivazione del recupero di tali vantati crediti. La società Cea sarebbe stata gestita da Perricone tramite i suoi sodali: la cugina Maria Lucia Perricone (coimputata nel processo), Domenico Parisi, Mario Giardina e Rosario Agnello. Tutti sono stati coinvolti nell’inchiesta citata. Per gli inquirenti, i quali hanno fondato le loro ipotesi anche su quanto riferito dal presidente del Coveco, Franco Morbiolo, la partecipazione del Consorzio Veneto all’appalto sarebbe avvenuto su indicazione esclusiva della Cea, dietro cui si sarebbe celato Pasquale Perricone, come già detto. Lo storico esponente del Psi avrebbe diretto tutta l’attività dagli uffici siti in via Goldoni n.6 ad Alcamo (sede della Cea prima e poi della società Promosud che si occupava di formazione professionale). L’ex vicesindaco, esaminato dal suo legale, ha ribadito quanto sostenuto in una delle precedenti udienze, ovvero, di essere stato legato alla Cea fino al 2002, come socio e direttore generale.

Il suo interessamento ai rapporti tra la Cea e il Coveco, ha riferito durante l’esame, sarebbe stato sollecitato dalla cugina Maria Lucia (detta Mary), in quanto, dopo il sequestro del cantiere del porto di Castellammare, il Coveco aveva estromesso dai lavori la sua associata. Dunque, per dirimere le controversie tra le due società, gli amministratori della Cea, Agnello e Parisi in particolare, trovandosi in pessimi rapporti con il rappresentante dell’allora Lega delle Cooperative Sicilia, Giorgio Buscarello (sentito nel processo, è deceduto), il quale avrebbe potuto svolgere funzioni di conciliazione, si sarebbero rivolti allo storico esponente del PSI alcamese. Infatti, Perricone avrebbe mantenuto, al contrario degli amministratori Cea, buone relazioni sia con il Buscarello che con Morbiolo. In particolare, con quest’ultimo Pasquale Perricone, rivestendo la carica di vicesindaco nel 2012, avrebbe avuto degli incontri per via della pianificazione del nuovo ospedale di Alcamo, da sovvenzionare mediante il project financing. Nel 2011, ha ricordato lo storico esponente del PSI alcamese, anche la Promosud, che aveva già svolto dei lavori di pulizia per l’Aimeri, avrebbe chiesto di associarsi al Coveco. Il Consorzio Veneto disponendo al suo interno di un settore relativo ai servizi, sarebbe stato in cerca di ditte locali a cui affidare dei piccoli interventi. Ma, alla fine, suddette interlocuzioni non si sarebbero mai tradotte in un qualcosa di concreto.

Altro argomento affrontato durante l’esame è stato quello concernente una conversazione intercettata tra i cugini Perricone, avvenuta presso gli uffici di via Goldoni nel 2014. La cugina, ha raccontato il politico alcamese, frequentava spesso i locali della Promosud perché tre stanze degli uffici sarebbero state utilizzate come magazzino dal commissario liquidatore della Cea, il dottore Pasquale Russo (coinvolto pure nell’inchiesta) e rese accessibili a Mary Perricone in virtù della sua collaborazione con lo stesso per il recupero crediti della società, attraverso la Magara srl, di cui era amministratrice.

L’ex vicesindaco di Alcamo, dunque, ha fornito delle giustificazioni in merito a diverse frasi pronunciate nel corso dei menzionati colloqui. In particolare, dall’avvocato Benenati è stato chiesto al suo assistito di chiarire una sua affermazione relativa agli anticipi delle fatture dei Sal (Stato avanzamento lavori) da parte della Banca Don Rizzo alla Cea. Il politico alcamese ha spiegato di avere fatto una battuta sul certificato di pagamento che le imprese presentavano agli istituti bancari. Per essere valido, ha precisato Perricone, avrebbe dovuto contenere 3 firme: del direttore, del rup e dell’ingegnere capo dei lavori. Spesso, però, tale certificato non sarebbe stato completo di tutte le sottoscrizioni, a causa della necessità dell’imprese di recuperare risorse economiche per andare avanti. Problema che, secondo l’ex vicesindaco, sarebbe risolto dagli istituti di credito mediante un anticipo di una parte delle somme richieste.

Riportiamo il passaggio della conversazione citata, avvenuta alla presenza anche di Marianna Cottone (coimputata nel processo in corso):

MARY: a parte questo, a parte questo…andiamo a…va bene, no no…aprivamo e chiudevamo i rapporti con le ban(che)…poi riuscivamo sempre…

PASQUALE: riuscivamo…sempre era falso…

MARY: non era un falso…io ci andavo da Guido (Carmelo Guido ex direttore della Banca Don Rizzo ndr) e glielo dicevo…

PASQUALE: era falso totale… non è che…era falso totale!

MARIANNA: io ci andavo e a Guido glielo…(Perricone ha specificato durante l’esame che con questa frase Marianna Cottone avrebbe fatto semplicemente il verso a sua cugina Mary e che non si sarebbe mai occupata di vicende della Cea)

MARY: era un anticipo, era un anticipo…(ride) solo che non lo potevo chiamare anticipo…

PASQUALE: era anticipo su qualcosa che ancora si doveva fare…(ride)

MARY: nelle more di…

PASQUALE: nelle more che si dovevano fare…

MARIANNA: di farla chissà quando e non si sa come… (ride)

PASQUALE:

Errori di trascrizione, secondo l’avvocato e il suo assistito, vi sarebbero inoltre su altre intercettazioni. In particolare, sulla conversazione svolta sempre con la cuigina, concernente dei crediti vantati da Cea nei confronti di Coveco per precedenti lavori e, per l’esattezza, dal 2005 in poi. Su questi crediti era stata effettuata una proposta transattiva, per l’appunto, sulla quale sarebbe intervenuto il direttore della Banca Don Rizzi, il dottor Guido, perché queste somme sarebbero spettate invece all’istituto di credito. Perricone ha dichiarato di avere detto alla cugina di procurarsi l’atto di cessione per potere affermare le sue ragioni. Inoltre, ha aggiunto di non avere pronunciato l’espressione “C’aviamo a dare un saccu di sordi”( dovevamo dargli molti soldi ndr), relativamente alla Don Rizzo, ma “C’aviavu” (dovevate dargli molti denari ndr). Successivamente, ha affermato di avere detto “Che vo sturiari” (cosa vuoi studiare ndr), a testimonianza che non era lui che doveva risolvere il problema. Poi, ha specificato che Mary Perricone gli avrebbe rappresentato le cose per come le sarebbe convenuto, pronunciando in dialetto alcamese l’espressione “Ciccu pisa e Larenzo abbannia” che significa “Uno pesa la merce e l’altro la vende”. La Don Rizzo non aveva titolo, secondo Mary Perricone, su tali crediti, mentre il cugino pensava il contrario. Un’altra frase che a parere di Pasquale Perricone sarebbe stata fraintesa dal perito è questa: “È da distruggere la cosa”. “Quella frase non esiste” ha dichiarato l’ex vicesindaco in aula, precisando di avere detto invece “Cara Mary a te ti sfugge una cosa”, relativamente ad una conversazione sull’avviso di proroga delle indagini per bancarotta fraudolenta del porto di Castellammare del Golfo ricevuto nel dicembre del 2014. Nel corso di detto colloquio, secondo l’accusa, invece, Mary Perricone avrebbe prospettato al cugino la necessità di recuperare il prima possibile la documentazione nella disponibilità di Rosario Agnello. Il politico alcamese ha dichiarato che la sua unica preoccupazione sarebbe stata quella di essere coinvolto nelle indagini per essersi occupato di distendere le tensioni tra la Cea e il Coveco. Inoltre, ha aggiunto di avere appreso che il pubblico ministero, la dottoressa Rossana Penna, titolare dell’inchiesta, si sarebbe recata nel nord Italia per interrogare il presidente del Coveco, Morbiolo. Notizia che gli aveva riferito nell’estate del 2014, come già dichiarato in una precedente udienza (https://itacanotizie.it/2020/07/22/processo-perricone-il-politico-alcamese-informato-dellindagine-dallex-senatore-papania/ ), l’ex parlamentare del PD, Nino Papania. L’ex senatore, inoltre, gli avrebbe detto “A quella interessa fottere te!”. Inoltre, la difesa ha dichiarato di avere riascoltato dei progressivi di una conversazione, monca di una parte. Da tale frammento del colloquio si evincerebbe, per l’ex vicesindaco, la sua estraneità alla vicenda della bancarotta fraudolenta.

Successivamente, si è svolto il controesame del pubblico ministero. Nello specifico, la dottoressa Penna ha chiesto a Pasquale Perricone quali cariche elettive e non avesse ricoperto presso il Comune di Alcamo, dopo la sua uscita dalla Cea, avvenuta nel 2002. Come confermato in aula dallo stesso esponente politico alcamese, Perricone nel 2001 ha ricoperto la carica di presidente del Consiglio comunale. Nel 2007 è stato assessore all’Assetto del territorio e per 2 mesi, nel 2012, ha ricoperto la carica di vicesindaco e di assessore all’Urbanistica. Infatti, ha presentato le dimissioni per partecipare alle elezioni regionali come candidato all’Assemblea Regionale Siciliana, senza successo. Il sostituto procuratore ha poi domandato a Pasquale Perricone se fosse a conoscenza del fatto che il Comune di Alcamo, nel 2002, anno dalla sua cessazione dalle cariche in Cea, avesse stipulato dei contratti d’appalto con la cooperativa. Perricone ha risposto positivamente, aggiungendo, però, che questi sarebbero stati realizzati dopo. La dottoressa Penna ha poi chiesto all’ex vicesindaco se fosse a conoscenza dell’incompatibilità tra la carica assunta nel 2001 e quella ricoperta in Cea. Per il politico alcamese, non sarebbe esistita nessuna incompatibilità. Il sostituto procuratore ha, invece, evidenziato che detta incompatibilità è dettata dall’articolo 63 del Testo unico degli enti locali (TUEL). Dopo, il PM ha domandato a Perricone per quale motivo nel suo ufficio di via Goldoni tenesse una carpetta contenente della documentazione su determinati appalti pubblici. In particolare, una scrittura privata a firma Agnello Rosario, sequestrata l’8 maggio del 2015 dalla guardia di finanza, relativa alla vicenda Cea-Matteotti. Pasquale Perricone ha spiegato che detti lavori sono stati inizialmente affidati a Cea dalla cooperativa di Giorgio Buscarello, e avevano ad oggetto la ristrutturazione di case popolari a Piana degli Albanesi. Questi sono stati poi affidati ad un suo amico, Nicola Di Bona. La documentazione, ha precisato Perricone, sarebbe servita per comprendere meglio l’avviso di garanzia che gli era stato notificato. Non sono state ammesse, invece, dal presidente del collegio dei giudici, il dottore Enzo Agate, le domande sul Cpc e sulla vicenda relativa alla “Talpa”.

Il pubblico ministero ha poi annunciato il deposito di diversi documenti. Tra questi, la produzione della visura del contratto di affitto stipulato nel 2007 tra la Cea e la Promosud (Perricone ha invece dichiarato un contratto registrato nel 2009). Ciò dimostrerebbe, verosimilmente dal punto di vista accusatorio, che il politico alcamese fosse già presente nei locali della Cea al momento dell’appalto del porto di Castellammare del Golfo; una nota dell’ottobre 2020 dell’Agenzia delle entrate di Roma, nella quale viene dichiarato che l’ente non si trova in possesso della copia del contratto succitato; l’atto di compravendita dei locali di via Goldoni effettuato nel 2020 dall’attuale commissario liquidatore della Cea, la dottoressa Anna Lo Cascio, nel quale viene riportato che l’immobile ha mutato destinazione d’uso nel 2008 (da uffici ad aule didattiche), mediante autorizzazione del Comune di Alcamo; delle raccomandate datate 2007, fatte pervenire alla guardia di finanza dalla consulente contabile Francesca Cruciata, a seguito della lettura di dichiarazioni di Perricone riportate da articoli di stampa, avente come destinatario il Centro per l’impiego di Palermo, con indirizzo del mittente, Promosud, in Piazza Pittore Renda ad Alcamo, nella raccomandata di andata, e in via Goldoni in quella di ritorno. Prova ancora una volta, per la Procura, che già nel 2007 l’ex vicesindaco di Alcamo si trovasse ad operare negli uffici di proprietà della Cea. Questa documentazione non è stata oggetto di controesame del pubblico ministero per opposizione dell’avvocato Benenati. Il legale di Perricone ha, infatti, rilevato che non è stato dato avviso alla difesa, la quale non ha potuto prenderne visione, per l’appunto. Il presidente Agate ha accolto la richiesta del difensore dello storico esponente del Psi alcamese. Probabilmente, accusa e difesa si confronteranno su tali argomenti nel corso della prossima udienza che si terrà il 14 dicembre 2020.

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