Diego Gandolfo a San Vito per presentare “I Signori delle città”, la prima inchiesta giornalistica sulle fondazioni bancarie

Linda Ferrara

Diego Gandolfo a San Vito per presentare “I Signori delle città”, la prima inchiesta giornalistica sulle fondazioni bancarie

Condividi su:

domenica 02 Agosto 2020 - 17:21
Diego Gandolfo a San Vito per presentare “I Signori delle città”, la prima inchiesta giornalistica sulle fondazioni bancarie

Abbiamo incontrato l’autore di origine siciliana, ieri sera, in occasione della 21esima edizione della rassegna letteraria Libri, Autori e Bouganville, organizzata a San Vito Lo Capo dallo scrittore Giacomo Pilati. L’opera svela il sistema di potere degli enti privati che gestiscono il patrimonio pubblico della Penisola, destinato a finanziare settori come l’editoria, l’arte, lasanità, le manifestazioni e il no profit. Un lavoro durato 5 anni e condiviso con il collega Alessandro Di Nunzio, insieme al quale ha già ricevuto il prestigioso Premio Roberto Morrione nel 2015.

Da un’inchiesta sui fondi rubati all’agricoltura come si arriva a quella sulle fondazioni bancarie?

Quella sui fondi rubati all’agricoltura fu un’inchiesta nata per caso, per il Premio Morrione. E nell’occasione di quest’inchiesta, ci eravamo resi conto che i fondi per l’agricoltura, quindi, i fondi collettivi pubblici, europei, andavano a finire nelle tasche della mafia. Quindi, rubavano i soldi europei destinati all’agricoltura e finivano direttamente nei conti correnti dei mafiosi. In questo libro, invece, l’inchiesta è incentrata proprio sui soldi collettivi, che appartengono alla collettività perché di origine pubblica. Un patrimonio collettivo quindi. E anche qui la destinazione non è quella corretta. Non finiscono alla mafia in questo caso, ma ad un sistema di potere che nessuno conosce, che esiste da 20-25 anni, anche 30, e che noi abbiamo svelato per la prima volta. Ci siamo stupiti del fatto che nessuno prima di noi abbia mai raccontato questa storia. Mai scritto un libro sulle fondazioni bancarie. Lo abbiamo chiamato “I Signori delle città” perché ci siamo resi conto che questi personaggi, più influenti di un sindaco, imperatori del no profit, hanno un potere quasi monarchico. Gestiscono questi fondi collettivi, questo patrimonio pubblico, in una maniera assolutamente discrezionale e, per anni, hanno governato le banche. Quindi, le hanno controllate, sono state i loro padroni, ma anche governato le città. Sono diventati proprio i governatori ombra delle città. Ecco perché “I Signori delle città”.

Qual è l’identikit di questi Signori della città, visto che avete viaggiato in lungo e in largo per la penisola italiana e avete spulciato i bilanci delle fondazioni di diverse città che hanno un rapporto differente con il territorio?

Sì, è stato un viaggio in lungo e in largo per l’Italia. Le fondazioni bancarie sono dappertutto. Da Milano fino ad arrivare alla Sicilia, passando per la Calabria fino ad arrivare a Torino. Sono dei personaggi che hanno un potere spropositato, che rimangono in carica 20-25 anni, 30 anni. Molto influenti, sono professionisti, professori universitari, ex politici che si ritrovano a capo di una fondazione che gestisce milioni di euro e che riversa sul territorio. L’identikit è questo: sono personaggi super influenti, sono sconosciuti ai più. Se vengono conosciuti, lo sono soltanto per il loro mecenatismo, la loro magnanimità, generosità, perché distribuiscono denaro sul territorio. Hanno questo alone di mecenati, di personaggi buoni. In realtà, noi abbiamo scoperto che c’è dell’altro. Questi signori sono dei veri e propri imperatori del no profit.

In quest’inchiesta vi siete anche “serviti” di sotto coperture, di soggetti che lavorano all’interno delle fondazioni.

Fondamentali. I whistlerblower, gli spifferatori, le fonti interne, gli insider. Sono tutti sinonimi. Gente che lavora all’interno delle fondazioni che ci ha raccontato, svelato le cose che sapeva. Se non fosse stato per loro, questo libro non sarebbe mai stato scritto. Le fondazioni bancarie sono degli enti blindati. Non si può entrare dentro. Se si chiedono dei documenti, non li danno. Se si chiede cosa fanno, non lo dicono. E possono non dirlo. Non hanno il dovere di dire quello che fanno davvero. Quindi, diventa fondamentale la figura del whistlerblower, gli insider. Senza di loro non ci sarebbe stata. Ecco perché alla fine dell’inchiesta lanciamo la piattaforma di whistlerblower che ci consente di raccogliere delle testimonianze, dei documenti, anche anonimi, da parte di chi vorrà denunciare. Il secondo libro inizia adesso.

Il vostro libro si è e trasformato in un noir. Vi siete interfacciati anche con gli omicidi.

Nel giornalismo investigativo si sa dove si parte ma non si sa dove si arriverà. Nel nostro caso, ci siamo appassionati sempre di più a questo tema apparentemente sterile, arido, noioso. In realtà, si è rivelato appassionante. Ci siamo andati dentro, fino a toccare strane morti collegate ad attività di banche e fondazioni. Abbiamo incontrato i personaggi principali, i presidenti, vis à vis, faccia a faccia, spiattellando davanti a loro tutto quello che avevamo scoperto. Siamo stati buttati fuori. Ci sono stati degli incontri molto duri. Li abbiamo incontrati e rivelato quello che sapevamo. È stata durissima. Il noir è questo. Io lo chiamo romanzo investigativo, un thriller economico, perché raccontiamo sostanzialmente quello che avviene nel backstage dell’inchiesta. Quindi, raccontiamo come facciamo a scoprire le cose, perché seguire una pista anziché un’altra, come facciamo ad avere un numero di telefono da una persona che non lo darà mai. Riveliamo quello che c’è dietro l’inchiesta. È un po’ come il caso Spotlight, raccontiamo come hanno fatto i giornalisti a scoprire determinate cose. Non solo cosa abbiamo scoperto, ma come ci siamo arrivati. Ed è questo che piace al lettore. Non per la prima volta, per carità, però, si rende conto e si appassiona. È come se l’inchiesta la facesse lui.

Dal racconto di storie di attualità, come quella della fondazione del Monte dei Paschi di Siena, si passa a quello della fondazione del Banco di Sicilia. Com’è la situazione nell’isola?

Noi abbiamo perso un patrimonio pazzesco che avevamo a disposizione. La fondazione Banco di Sicilia aveva la proprietà della banca tra le più importanti d’Europa nei primi del ‘900. Il Banco di Sicilia emetteva moneta. Quindi, avevamo un patrimonio enorme che potevamo utilizzarlo per distribuirlo alla Sicilia. Invece, così non è stato, perché la fondazione si è resa responsabile del crollo del patrimonio della fondazione. Ha fatto degli errori molto importanti. E, poi, ad un certo punto, le erogazioni che venivano fatte erano molto strane. Avrebbero davvero fatto del bene alla Sicilia, invece, hanno finito per ingrassare alcuni luoghi di interesse, interessi particolari, sia di prestigio che dal punto di vista economico. La gestione della Fondazione del Banco di Sicilia è molto, molto controversa. Ad oggi, non abbiamo più una fondazione siciliana che riesce a finanziare ciò che dovrebbe essere finanziato in termini di arte, di cultura, di sanità. Con un sacco di problemi che abbiamo, con un no profit a pezzi, ne avremmo avuto tanto bisogno. Invece, nel corso degli anni abbiamo sperperato un grandissimo patrimonio.

Dopo il lockdown, un buon successo di pubblico per la prima presentazione del libro alla manifestazione Libri, Autori e Bouganville nella provincia di origine. È anche un buon auspicio per un altro premio?

Grazie. Vedremo cosa succederà. Stiamo pensando ad altre cose nel frattempo.

Quindi, state pensando già ad un altro lavoro?

Sì, penso al Banco di Sicilia. Forse, il prossimo libro sarà su questo.

Condividi su:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenta