Un mese di quarantena: le nostre vite sospese, il dovere di ripensare il nostro tempo

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Un mese di quarantena: le nostre vite sospese, il dovere di ripensare il nostro tempo

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mercoledì 08 Aprile 2020 - 11:44
Un mese di quarantena: le nostre vite sospese, il dovere di ripensare il nostro tempo

Esattamente un mese fa, il governo Conte pubblicava nel giro di 24 ore due decreti che segnavano ufficialmente uno stop provvisorio alla nostra routine quotidiana. Due decreti, estesi a tutto il territorio nazionale, che hanno disposto la chiusura di gran parte delle attività commerciali, poi estesa anche a industrie e fabbriche, mentre la chiusura delle scuole era arrivata qualche giorno prima, il 5 marzo.

Comunque vada, il ricordo di queste settimane segnate dall’emergenza Coronavirus ce lo porteremo dietro per sempre. Sarà la nostra guerra mondiale, sarà l’epopea da raccontare ai nostri figli o ai nostri nipoti. Sarà l’incubo distopico trasformato in realtà, il film apocalittico diventato vita reale. Le scuole chiuse, le saracinesche abbassate di bar, ristoranti e negozi, gli ingressi razionati nelle farmacie e al supermercato, i saluti a distanza, le conversazioni azzerate fuori dal bunker domestico, le mascherine che nascondono quel che resta dei nostri sorrisi, i guanti in lattice che ci proteggono dal contatto con strumenti e oggetti che avevamo toccato milioni di volte senza farci troppe domande. I social che ci aggiornano, tra notizie attendibili e il veleno delle fake news. Le videochiamate trasformate in un salvifico rito collettivo, in cui ritroviamo la voglia di sorridere e condividere pensieri, smorfie, risate, promesse di rimpatriate. I balconi che giorno dopo giorno si colorano degli arcobaleni disegnati dai bambini. Mancano i baci, gli abbracci, le strette di mano, quella vicinanza fisica che ci fa entrare in contatto anche con il profumo degli altri. Le strade deserte la sera, il rumore dei mezzi che sanificano i quartieri e di quelli che raccolgono i rifiuti differenziati, qualche sirena in lontananza. Persino i randagi hanno smesso di abbaiare.

Eppure ricorderemo anche qualche pezzo di vita che continua, a partire dai volti di chi ha continuato a lavorare negli ospedali o presso le attività che assicurano servizi essenziali alla popolazione. Tanti anziani ricorderanno anche i volti dei volontari che hanno portato loro i farmaci o la spesa, facendosi portatori sani di un senso di solidarietà che non andrebbe disperso. Ci si laurea a distanza, con gli amici e i familiari collegati sulle piattaforme on line appositamente predisposte, ma – anche qui – senza abbracci, riti goliardici, tuffi nelle fontane, travestimenti. I compleanni si “festeggiano” sobriamente, in solitudine o con il proprio nucleo familiare che si stringe intorno a torte fatte in casa che profumano d’amore. Non si può salutare per l’ultima volta un proprio congiunto, dopo il decesso, se era affetto da Coronavirus: il cadavere viene immediatamente sigillato e non c’è spazio per funerali e condoglianze, per i familiari resta un dolore sordo, da consumare in solitudine. I matrimoni, i battesimi, le comunioni e le cresime vengono rimandate a date da destinarsi. La gita di maturità nelle capitali europee resterà un sogno svanito, con la parziale consolazione che a 18 anni c’è comunque una vita davanti per immaginare altri viaggi ed altre esperienze da condividere con gli amici più cari. Si continua a nascere, perchè la vita e la natura vanno avanti a prescindere. Le donne partoriscono senza il conforto dei propri compagni, a cui è negato il sacrosanto diritto di veder nascere i propri figli. Ci si interroga su quel che sarà dei propri lavori, delle attività commerciali o imprenditoriali avviate tra investimenti e sacrifici, in attesa di buone nuove dai decreti economici del governo e di provvidenziali aperture da parte dell’Unione Europea. E, soprattutto, ci si aggrappa alla speranza, al futuro.

In questi giorni mi ritrovo spesso a pensare alle generazioni che hanno superato le guerre o le dittature sanguinarie, alle comunità devastate da terremoti o tsunami, all’America dell’11 settembre, sconvolta dall’attentato alle Torri Gemelle. Penso che non sia facile resistere alla tentazione di arrendersi, a maggior ragione per chi aveva già meno degli altri, dopo che la crisi economica del 2008 aveva già ampliato le diseguaglianze economiche e sociali tra le diverse fasce della popolazione. Eppure ognuno di noi ha il dovere di trovare un appiglio, uno scoglio più o meno simbolico a cui aggrapparsi per non farsi trascinare dalla corrente. Io, spesso, quest’appiglio lo trovo nella musica. E nei momenti di sconforto mi ritrovo a canticchiare “The rising”, la canzone che Bruce Springsteen scrisse pochi mesi dopo l’11 settembre. Il boss racconta che a fare scattare la molla fu uno sconosciuto che gli si avvicinò a bordo della propria auto, abbassò il finestrino e gli disse “Adesso abbiamo bisogno di te”. Venne fuori un inno che parla di gente comune, che trascina sulla schiena il peso della propria sofferenza e, tuttavia, trova la forza per risalire. Mi piace pensare che ognuno di noi potrà trovare la stessa forza interiore per metterla a disposizione della propria comunità e costruire un tempo migliore di quello che ci siamo messi alle spalle ai primi di marzo, prima che l’emergenza ci costringesse a restare a casa e a ragionare sulle nostre vite come forse non avevamo mai fatto prima.

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