Processo “Eden”, il maggiore Manti parla della“Fontane D’Oro” e della sua presunta intestazione fittizia

Chiara Putaggio

Processo “Eden”, il maggiore Manti parla della“Fontane D’Oro” e della sua presunta intestazione fittizia

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giovedì 06 Novembre 2014 - 18:56

“Scoprimmo che l’amministrazione giudiziaria aveva ceduto in affitto parte della ditta a un’azienda il cui rappresentante era Vincenzo Peruzza, poi un altro ramo ceduto in affitto a Ciro Torino, ma lo gestiva il padre Vincenzo”
La deposizione del maggiore dei carabinieri Andrea Manti è stata al centro della nuova udienza del processo scaturito dall’operazione antimafia “Eden”. Il militare ha risposto alle domande del pm della DdA Paolo Guido (in aula anche Carlo Marzella). Il militare, ora comandante terza sezione del Ros di Napoli,  dal 2010 al 2013 è stato in servizio presso la prima sezione del primo reparto di Roma distaccato a Palermo per le indagini su Matteo Messina Denaro.
Si tratta dell’ultima udienza del processo presieduto dal giudice Gioacchino Natoli vede imputati: Anna Patrizia Messina Denaro, sorella di Matteo, ritenuto il capo di Cosa Nostra, Francesco Guttadauro, nipote del superlatitante e Antonino Lo Sciuto, ai quali è contestato il reato di associazione mafiosa, Vincenzo Torino, accusato di intestazione fittizia di beni e Girolama La Cascia, ritenuta parte lesa, ma accusata di false dichiarazioni al pm. Nell’ultima udienza è stato il pm Paolo Guido a condurre l’esame del maggiore Manti che ha riferito di aver indagato su Francesco Luppino di Campobello, considerato vicino al boss. Le indagini riguardarono la fittizia intestazione della società olivicola “Fontane d’Oro” sas, formalmente intestata ai fratelli Indelicato, ma, secondo l’inquirente,  riconducibile a Francesco Luppino, poi condannato. “Furono poi sequestrati i beni della società e il frantoio – ha detto Manti –, i fratelli Indelicato furono condannati e anche Francesco Luppino e la moglie Lea Cataldo”. Ma le indagini non si fermarono con il sequestro e l’arresto. “Dalle indagini avviate quando Luppino era detenuto, all’indomani dal sequestro di “Fontane d’oro” percepimmo che una serie di soggetti intendevano reimpossessarsi dell’azienda per suddividere i guadagni ai proprietari reali, ossia Luppino e la moglie. All’epoca la ditta lavorava in amministrazione giudiziaria. Da accertamenti alla camera di commercio scoprimmo che l’amministrazione giudiziaria aveva ceduto in affitto parte della ditta a un’azienda il cui rappresentante era Vincenzo Peruzza, poi un altro ramo fu ceduto in affitto a Ciro Torino, ma lo gestiva il padre Vincenzo, che risultava già condannato per furto ed estorsione avvenuti in Campania. Vincenzo tecnicamente era pregiudicato. Ciro era incensurato all’epoca”.  Secondo quanto riferito l’ipotesi investigativa è stata suffragata da quanto emerso in conversazioni telefoniche e ambientali.
La prossima udienza si terrà il 13 novembre.

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