Lavoro, immagine i repertorio da ImagoeconomicaRicerca e sviluppo, resta ampio il gap tra Sicilia e...
La Sicilia tra le peggiori regioni d’Europa per occupazione. Un fenomeno schiacciante, già ampiamente noto ma portato con forza e in risalto dal recente elaborato messo in mostra da Eurostat. Analizzando le statistiche del mercato del lavoro a livello regionale europeo e per il 2025, nella fascia dai 20 ai 64 anni di età, infatti, l’Ente ha costruito un quadro molto severo che riguarda l’Isola e il suo complesso sistema di occupazione.
Come evidenzia il lavoro degli statisti, a soffrire maggiormente in termini di stabilità lavorativa nel 2025 in Europa sono state proprio le zone meridionali dell’Italia. Nel pentolone però finiscono anche zone meridionali della Spagna e in parte della Grecia, Francia, così come della Romania. Si tratta di località a trazione rurale per qualche caso più complesso, ma anche scarsamente popolate e in alcuni casi “considerate come periferiche”, si legge nel rapporto ufficiale. Per confrontarsi al meglio sul panorama regionale e nazionale, il QdS.it ha contattato Maurizio Avola, professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Catania.
In Sicilia l’occupazione ai più bassi parametri in Europa. L’esperto: “La debolezza è strutturale”
Secondo quanto emerso dal recente elaborato Eurostat, la Sicilia (occupati al 51,4% nel 2025) è dunque una tra le regioni europee con i livelli occupazionali più bassi. Ma quali sono oggi gli ostacoli principali che impediscono al mercato del lavoro isolano di avvicinarsi alle media europea (del 76,1%)?
“Purtroppo, la drammatica situazione occupazionale della Sicilia nel panorama internazionale non è una novità. Non siamo di fronte a una situazione congiunturale, ma si tratta, piuttosto, di una condizione di debolezza strutturale”, mette in evidenza il professore Maurizio Avola. “Ed è questa la ragione per cui è difficile individuare uno o alcuni ostacoli da rimuovere per tentare di riallinearsi alla media europea. Servirebbe una vera e propria rivoluzione socio-economica e culturale. Così come servirebbe un’ingente quantità di risorse (finanziarie, umane, eccetera) dedicate. Ma attenzione – spiega ancora – la storia ci dimostra che le risorse da sole non bastano. Quando ci sono, vanno spese bene, e per far ciò servono idee, ma è altresì necessario scoraggiare comportamenti opportunistici”.
Il gap tra la Sicilia e il Nord Italia: “C’è un problema quantitativo e qualitativo”
“Il divario tra la Sicilia e le regioni del Centro-Nord è rilevante, tanto sul piano quantitativo dei livelli di occupazione, quanto sul piano qualitativo relativamente a tipo di professione, prestigio occupazionale e condizioni di impiego”, spiega Avola. Onestamente, mi sembra difficile ipotizzare oggi una traiettoria di sviluppo che possa colmare tali deficit. Tuttavia – evidenzia ancora l’economista – in un mercato del lavoro come quello contemporaneo, caratterizzato da una crescente terziarizzazione e dalla rilevanza della cosiddetta economia della conoscenza, i settori che potrebbero maggiormente contribuire almeno a ridimensionare il gap sono quello dell’istruzione, della salute e dei servizi socio-assistenziali, dei servizi specialistici alle imprese (ricerca e sviluppo, progettazione, marketing, eccetera)”.
L’occupazione in Sicilia, il ruolo del turismo è fondamentale ma non basta per colmare le lacune
Poi, c’è il fenomeno del turismo, sempre cruciale per la Sicilia. “So bene che si parla sempre del turismo, per via delle bellezze naturali, del patrimonio storico-culturale, delle potenzialità eno-gastronomico, ma anche della propensione all’accoglienza della nostra isola. Attenzione, però, perché pensare che la Sicilia possa fondare il suo futuro prevalentemente su questo settore sarebbe un errore enorme, sia per le dinamiche estrattive che spesso lo caratterizzano (i profitti più ingenti vanno spesso a grandi compagnie nazionali o estere), sia per le condizioni occupazionali che lo contraddistinguono (diffusione di lavori a bassa qualificazione, bassi salari, instabilità contrattuale, ecc.).
Il divario resta incolmabile e le speranze per il futuro sono poche
Chiudiamo con un pensiero per il futuro sul divario attuale tra Sicilia il nord Italia, così come con l’Europa. Il tutto, premettendo un fattore cruciale che viene fuori dall’elaborato di Eurostat: l’Italia è la nazione europea che, soltanto nel 2025 da poco trascorso, ha registrato la più alta disparità regionale per i tassi di occupazione (il coefficiente di variazione del 15.1%).
“Sinceramente, sarei contento se nei prossimi 10 anni il divario non aumentasse. Ammetto che è scoraggiante e che spero vivamente di essere smentito – chiude il professore Maurizio Avola – soprattutto perché dobbiamo dare una speranza ai nostri figli. Ma una storia di disuguaglianze che si radica nei secoli e che resiste anche ai momenti di effervescenza come il miracolo economico del secondo dopoguerra e il processo di integrazione europea degli ultimi decenni, mina la fiducia anche del più inguaribile degli ottimisti”.
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