Pil, allarme 2027: senza la spinta del Pnrr l’Italia rischia di diventare il fanalino di coda d’Europa

Gioacchino D'Amico

Pil, allarme 2027: senza la spinta del Pnrr l’Italia rischia di diventare il fanalino di coda d’Europa

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Gioacchino D'Amico |
martedì 27 ottobre 2026 - 5:01
Pil, allarme 2027: senza la spinta del Pnrr l’Italia rischia di diventare il fanalino di coda d’Europa

Soldi, immagine di repertorio. Foto di Gundula Vogel da PixabaySoldi - rincari - inflazione -...

27 Ottobre 2026, 06:01

ROMA – Nel corso del 2026 l’Italia è riuscita a reggere gli effetti delle tensioni internazionali. I risultati, però, sono stati così deboli che, se gli attuali scenari dovessero aggravarsi, sarebbe inevitabile una brusca frenata degli indici economici. Secondo diversi osservatori, infatti, il rischio concreto è che l’anno prossimo il Paese assista a un notevole rallentamento della crescita. Questo non significa che nel 2027 c’è da aspettarsi una recessione ma che, senza invertire la rotta, il ritmo dell’economia italiana potrebbe restare indietro rispetto a quello dei principali partner europei. E stavolta non ci sarebbe il Piano nazionale di ripresa e resilienza, concluso l’estate scorsa, a far da salvagente con i suoi investimenti miliardari.

Pil italiano nel 2027, le previsioni sulla crescita economica

D’altronde, a parlare di un “periodo di turbolenza” e, soprattutto, di “nuvoloni all’orizzonte” è stato anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo alla Camera sul Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), atto che fa da apripista a una manovra di bilancio 2027 quantificata in 23,5 miliardi di euro. Un quadro finanziario criticato dalle opposizioni come inadeguato a fronteggiare le difficoltà che il Paese sta già attraversando, specie alla luce di un ultimo scorcio di 2026 segnato da caro vita, prezzi del carburante alle stelle, rialzo dei costi energetici.

Le espressioni poco rincuoranti impiegate dal titolare del Tesoro, a ogni modo, trovano conferma in quanto stimato per il 2027 da diverse analisi di recente pubblicazione. Prima, però, le “buone notizie”: secondo il World economic outlook rilasciato questo mese dal Fondo monetario internazionale (Fmi), il Prodotto interno lordo italiano nel 2026 registrerà una crescita dello 0,8%, previsione rivista al rialzo rispetto allo 0,5% elaborato mesi fa. Ancora più ottimistica è la stima del Centro studi di Confindustria, secondo cui il Pil dello Stivale, nell’anno in corso, aumenterà dell’1%, anche – si legge – in considerazione del “decisivo apporto del Pnrr, il cui impatto sul Pil è stimato in circa mezzo punto percentuale nel 2026”.

Italia fanalino di coda d’Europa: Pil in crescita solo dello 0,6%

Detto questo, si passa al 2027 e alle dolenti note. O, per dirla con il ministro Giorgetti, ai “nuvoloni”. Tanto il rapporto dell’Fmi, quanto lo studio di Confindustria sono concordi sul fatto che, l’anno prossimo, l’aumento del Pil italiano potrebbe non spingersi oltre lo 0,6%. Quasi mezzo punto in meno rispetto al trend del 2026. In questo modo, le performance della Penisola resterebbero non solo sotto la media dell’area Euro (la cui crescita nel 2027 è stimata nell’1,2%), ma anche dietro a tutte le altre maggiori economie europee, che (seppur nel quadro di un rallentamento economico generale) cresceranno comunque più dello 0,6% italiano: la Francia, più lenta dell’Italia nel 2026, l’anno prossimo potrebbe invece superare lo 0,7%, mentre l’aumento del Pil della Germania si attesterebbe all’1,1%. Sopra a quella italiana anche la previsione per la Gran Bretagna (+1,2%) e per la Spagna (+1,8%). Fuori dai confini europei, anche la Russia potrebbe fare meglio dell’Italia, con una crescita del Pil pari allo 0,9%.

Geopolitica e tecnologia, i fattori che frenano l’economia mondiale

Da un punto di vista più ampio, a monte del calo che sta interessando le economie mondiali, l’Fmi pone un binomio: geopolitica e tecnologia. Il primo fattore è legato alle ostilità e alle tensioni nelle relazioni commerciali internazionali, soprattutto connesse al conflitto in Medio Oriente, che gettano ombre e incertezza sulle attività economiche. Tanto più alta è l’esposizione ai contesti di guerra (per esempio per via di un’elevata dipendenza dalle importazioni di energia), quanto più evidente sarà lo shock economico.

Il secondo fattore, quello della tecnologia, spesso richiamato nelle indagini economiche, riguarda soprattutto gli investimenti in innovazione digitale e intelligenza artificiale. Un fronte sul quale, però, la situazione globale appare disomogenea, con maggiori difficoltà nei Paesi meno capaci di assorbire nuove tecnologie. Come già evidenziato in un altro approfondimento del Quotidiano di Sicilia, l’Italia non è tra i maggiori investitori nel campo della ricerca e dello sviluppo: una scarsa tendenza all’innovazione che (come confermato alla nostra testata dal vice direttore di Svimez, Stefano Prezioso, nell’inchiesta dello scorso 22 settembre), incide sulla produttività italiana, che continua a crollare nonostante l’aumento degli occupati.

Fine del Pnrr e investimenti pubblici, i rischi per il Pil italiano

A evidenziare in modo ancora più chiaro le ragioni di una frenata che nel 2027 potrebbe travolgere l’Italia più di altri Paesi, è lo studio di Confindustria. Secondo il rapporto, già in questi ultimi mesi dell’anno stanno agendo fattori negativi che si trascineranno nel 2027: il prezzo del petrolio tornato a settembre sui massimi livelli (102 dollari al barile), quello del gas che ha raggiunto la quota più alta dal 2022, e ancora l’aumento dell’inflazione e dei tassi d’interesse. Ma c’è anche un altro aspetto determinante: la fine del Pnrr, che nel 2027 comporterà un rallentamento della spesa pubblica.

Un primo effetto della conclusione del Piano da oltre 194 miliardi di fondi Ue è stato riscontrato nel progressivo crollo degli investimenti, la cui crescita del 2026, pari al 3,3%, potrebbe ridursi ad appena lo 0,8% nel 2027. In più sedi si è parlato della necessità di non vanificare gli effetti del Pnrr e di scongiurare il rischio di una retromarcia una volta chiusa questa parentesi finanziaria. La Svimez ha definito “fondamentale dare continuità alla ripresa degli investimenti pubblici”, e anche l’Ufficio parlamentare di bilancio ha posto l’accento sulla sfida che si sarebbe aperta dopo la chiusura del Piano, quella cioè di trasformare quanto realizzato “in un aumento permanente della produttività e del potenziale di crescita”, evitando che l’esaurimento delle risorse si traduca in un rallentamento delle riforme.

Fondi Pnrr non spesi e crescita economica: il rischio di una spinta temporanea

Dopo anni in cui i fondi del Pnrr hanno dato un boost notevole all’economia, le stime sul Pil del 2027 mettono, per il momento, in seria discussione che questi investimenti abbiamo davvero contribuito alla creazione di condizioni strutturali e consolidate per una crescita duratura nel tempo, rilanciando piuttosto il dubbio che si sia trattato solo di una spinta temporanea. Tanto più che, viste le risorse Pnrr non spese, di fondi ne resterebbero ancora: ci sono i 21 miliardi delle misure incluse nelle facility, più altri 40 miliardi residuali (che però, come precisato dalla Corte dei conti, non è detto che coincidano del tutto con economie o importi ancora da spendere, in quanto potrebbe trattarsi anche di ritardi di registrazione o di pagamenti da effettuare su interventi già conclusi). Malgrado questo “tesoretto”, le previsioni di crescita economica restano preoccupanti, e l’accelerazione legata al Pnrr e a cui eravamo abituati sembra ormai non rientrare più nell’equazione.

Pnrr e resilienza economica, la sfida dell’Italia dopo il 2026

Insomma, nato nel contesto della pandemia da Covid-19 per garantire al Paese la “ripresa”, il Pnrr prometteva anche (come da seconda “erre” del suo acronimo) la “resilienza”. Se il primo obiettivo può considerarsi soddisfatto, per il secondo pare che al momento non possa dirsi lo stesso, viste le proiezioni elaborate per l’anno che inaugurerà la fase post-Piano. Si tratta certo di previsioni, che potranno essere smentite da fatti e risultati definitivi ancora da verificarsi. Ma allo stato attuale, sembra che, chiusa l’emergenza sanitaria del 2020-2022, le nuove crisi siano bastate a esporre il Pnrr al rischio di veder scomparire a stretto giro il suo impatto sulla crescita. Da questo punto di vista, l’aver creato un’economia più “resiliente” resta un traguardo tutto da dimostrare.

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Fonte: QdS.it