Redazione 3 Luglio 2026, 20:34 Roma, 3 lug. (askanews) – La premessa è la stessa...
Roma, 3 lug. (askanews) – La premessa è la stessa che era emersa prima del G7, eppure l’approccio appare completamente diverso. Martedì e mercoledì la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sarà ad Ankara per partecipare al vertice Nato dove incontrerà nuovamente il presidente americano, Donald Trump, la prima volta dopo lo scontro pubblico ad altissima tensione delle scorse settimane. La premier in più occasioni ha spiegato di non voler alimentare più il botta e risposta con il numero uno della Casa Bianca. Come prima del summit di Evian, fonti italiane riferiscono che “non è previsto un incontro” ma che comunque “saranno due giorni nella stessa stanza”. Allo stesso tempo però si sottolinea che lo spazio questa volta “è molto più grande”, come a rimarcare che occasioni di chiacchiere come quelle riprese da foto e video del circuito interno in Francia – che inizialmente aveano fatto parlare di ‘disgelo’ – saranno molto più rare. Soprattutto se l’obiettivo non è andersele a cercare.
Il presidente americano è la grande incognita di questo summit per tutti. Come dimostra il fatto che il suo arrivo in Turchia è stato anticipato da un nuovo attacco: un post in cui ha definito “ridicolo” che gli Stati Uniti mantengano un rapporto “unilaterale” con l’Alleanza. D’altra parte, in più di una occasione ha dichiarato di aver deciso di partecipare “solo per rispetto” del presidente Recep Tayyip Erdogan, che giocherà certamente un ruolo di mediatore per consentire il buon esito dell’incontro che ospita. E proprio con Erdogan oggi la presidente del Consiglio ha avuto un colloquio telefonico che si è incentrato su due temi, Libia e Fianco Sud, ma che è stato anche occasione per ribadire il “comune impegno per lo sviluppo del rapporto transatlantico”. Eppure i 32 arrivano nella capitale turca avendo già raggiunto una intesa sul testo della dichiarazione finale che sarà adottata al termine del vertice e che prevede, tra l’altro, aiuti a Kiev per 70 miliardi l’anno per il biennio 2026-2027 (in particolare si tratta di 40 miliardi dalla Nato e 30 miliardi dal prestito dell’Unione europea).
Ciononostante l’imprevedibilità di Trump potrebbe cancellare tutto il resto. Fonti italiane cercano di minimizzare il timore che ci possa essere un deragliamento del dibattito così come viene ribadito che è “abbastanza irrealistico” pensare a un’Alleanza senza gli Stati Uniti e si invita a fare una distinzione rispetto al tema dello spostamento dell’attenzione della Casa Bianca verso l’Indo-Pacifico che viene descritto come “un orientamento consolidato da diverse amministrazioni e non come un elemento nuovo”. D’altra parte – si osserva – in occasione della sessione di lavoro prevista mercoledì mattina (il 7 ci sarà invece una cena) si svolgerà “un giro di tavolo in cui da parte di tutti sarà ribadito un maggiore impegno anche in termini di percentuali di spesa verso la difesa”. Un punto, quello del rispetto di quanto pattuito al vertice dell’Aia lo scorso anno, su cui Trump non mancherà di insistere.
Per quanto riguarda l’Italia, la presidente del Consiglio ha già spiegato che ad Ankara si presenterà con una spesa complessiva pari al 2,8% del Pil, di cui il 2,09% di spese tradizionali e lo 0,71%, pari a circa 15 miliardi di euro, che ricomprende voci che fanno parte del concetto più ampio di difesa come investimenti per la sicurezza energetica, la cybersicurezza e la protezione delle frontiere. Una impostazione più estesa che, sottolineano fonti italiane, è uno dei quattro punti (insieme a Ucraina, Fianco Sud e rafforzamento delle capacità industriali) che saranno affrontati nella due giorni. Quanto all’obiettivo del 5%, si sottolinea, che “l’intenzione del governo è di continuare una traiettoria di crescita” come dimostra il fatto che si sia passati dall’1,6% al 2,8% in due anni.
E tuttavia la questione delle spese per la difesa resta un tema molto delicato all’interno della maggioranza di governo che è ormai entrato di fatto nell’ultimo anno pre-elettorale. Meloni ha sempre sostenuto la necessità per l’Italia di avere gli strumenti per proteggersi perché quando chiedi a qualcun altro di occuparsene “poi lo paghi”, ma allo stesso tempo ha sostenuto che non si può dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per quello.
Anche per questo non è ancora stato sciolto il nodo sul se – e quando – accedere ai prestiti europei del Safe, così come fonti diplomatiche spiegano che al momento non è prevista una partecipazione a Purl, ovvero l’iniziativa Nato per l’acquisto di armi Usa da destinare a Kiev. Né si entra nel merito del contributo italiano all’Ucraina rispetto ai 40 miliardi previsti ma piuttosto si sottolinea che è su “base volontaria” e che comunque l’Italia è già molto impegnata nel dare sostegno “in ambito energetico”. Quanto alla dichiarazione finale, poi approvata anche dal governo, si spiega che non c’era nessuna frenata ma che “pur condividendo l’approccio, si riteneva che fosse più corretto procedere come in passato anno per anno” invece che sul biennio “anche per scommettere più sulla pace e sul negoziato e non solo sulla pressione militare”.
