Medicina, Navarra: “La passione degli studenti si è sbiadita. Il semestre filtro? Un fallimento”

Lina Bruno

Medicina, Navarra: “La passione degli studenti si è sbiadita. Il semestre filtro? Un fallimento”

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Lina Bruno |
mercoledì 14 ottobre 2026 - 3:55
Medicina, Navarra: “La passione degli studenti si è sbiadita. Il semestre filtro? Un fallimento”

Giuseppe Navarra, direttore del Dipartimento di Patologia umana e dell’Età evolutiva di UniMeGiuseppe Navarra, direttore...

14 Ottobre 2026, 05:55

MESSINA – Il professore Giuseppe Navarra è direttore del Dipartimento di Patologia umana e dell’Età evolutiva dell’Università di Messina dal 2021 e nel 2024 l’incarico è stato rinnovato fino al 2027. Professore ordinario di Chirurgia generale all’Università di Messina, può vantare numerose esperienze formative, anche all’estero, ha ricoperto prestigiosi incarichi ed è autore di oltre quattrocento pubblicazioni scientifiche. A maggio è stato insignito del premio “Medico dell’anno 2026”, riconoscimento assegnato dall’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia nel corso della tradizionale Festa del Medico.

Il Dipartimento ha otto corsi di studio, dodici scuole di specializzazione, di cui una di area non medica e tre master. Cosa ne identifica il progetto scientifico-culturale?
“Il Dipartimento è nato dalla fusione del dipartimento di Patologia umana con quello Materno infantile ed è intitolato al professore Gaetano Barresi, che è stato direttore del Dipartimento di Patologia umana ed è morto improvvisamente alcuni anni fa. Era molto stimato da tutti per la sua cultura e disponibilità ed è stato naturale dedicargli il Dipartimento. Copre dalla gravidanza all’età adulta con una componente sia di tipo medico-chirurgico, che di scienze di base. Le tematiche generali che identificano il progetto scientifico-culturale del Dipartimento mirano principalmente a sviluppare e testare strumenti e tecniche diagnostiche e terapeutiche innovative; analizzare i potenziali fattori di rischio ambientali e sociali per individuare adeguate misure di prevenzione nel bambino, nell’organismo in crescita, nell’adulto e nell’anziano”.

Quali sono stati i principali cambiamenti degli ultimi anni?
“Dobbiamo distinguere il Corso di laurea di Medicina dai corsi di laurea delle Professioni sanitarie. Insegno a Medicina. I corsi delle professioni sanitarie hanno un numero limitato di studenti e questo crea la costituzione di gruppi molto forti e molto solidali, sia tra studenti che tra studenti e professori. Medicina invece ha visto i numeri progressivamente aumentare. Ci sono tre corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, quello in italiano ha oltre tre-quattromila studenti, c’è poi quello in inglese e quello che ha come sede Papardo incardinato nel Dimed. Con il Covid siamo cambiati tutti, studenti e docenti, quel periodo ha fatto conoscere la didattica a distanza con l’utilizzo delle nuove tecnologie e metodologie. Il primo biennio di medicina da qualche anno, visto il grande numero di studenti, si tiene nelle aule del plesso di Papardo ed è soltanto al terzo anno che gli studenti arrivano al Policlinico e iniziano ad avere contatto con i pazienti e i reparti. Questo è un vulnus, perché anche se nei primi due anni il rapporto con la clinica e le corsie è diluito, potere stare da subito all’interno del Policlinico ha la sua rilevanza. Abbiamo tanti Corsi di laurea, oltre quelli del Dipartimento di Patologia umana, che insistono sulle aule del Policlinico. Non possono essere sufficienti per tutti”.

Come sono cambiati gli studenti che scelgono le professioni mediche in termini di approccio, interesse, passione?
“Dal mio punto di vista è cambiato l’uomo, il ragazzo e quindi lo studente. Non c’è la passione travolgente che caratterizzava gran parte degli studenti di medicina degli scorsi decenni, la vedo sbiadita e se c’è è all’interno di confini ben determinati, nel senso che la vita dei ragazzi è più bilanciata. Vogliono lo spazio per la propria vita privata, per il divertimento. Per chi aveva passione quaranta o venti anni fa la medicina era tutto, veniva prima di ogni altra cosa. Il dare tutto è oggi un’eccezione”.

Come sta andando per gli iscritti in Medicina il nuovo meccanismo con il semestre filtro?
“L’anno scorso abbastanza bene dal punto di vista organizzativo per l’Università, meno bene poi per l’esito del semestre filtro, che abbiamo visto esser stato fallimentare. Il test era troppo complicato e quindi solo il 20% credo abbia superato le tre materie, di conseguenza sono passati anche quelli che avevano fallito una delle tre. Bisognerà vedere l’esperienza post test, se programmi e docenti si sono adeguati, ma anche se quest’anno i test saranno più adeguati alla formazione che gli studenti acquisiscono in tre mesi”.

Strutture, strumenti, laboratori, tecnologie: disponete di risorse sufficienti per mantenere una qualità alta di didattica e ricerca?
“In linea di massima sì, perché il Covid, con la didattica a distanza, e il Pnrr, con tutti i progetti di ricerca che i docenti dei tre Dipartimenti di Medicina sono riusciti a portare avanti, hanno comportato degli investimenti importanti. Grazie a questi interventi straordinari sono stati rafforzate tecnologie e strumentazioni. Come attrezzature non abbiamo nulla da invidiare a nessuno”.

In che modo sono integrate le tecnologie e l’Ia nelle attività del Dipartimento. Qual è il livello di utilizzo e i risultati ottenuti e attesi?
“L’Ia è entrata in Dipartimento in maniera diversa a seconda delle specialità. È entrata in maniera prorompente nelle diagnostiche, perché qui la capacità di predizione della diagnosi è già a un livello importante, sia nella Radiologia che in Anatomia patologica. Per quanto riguarda invece gli algoritmi della diagnostica clinica, è un discorso più complicato, così come per le chirurgie in quanto l’anatomia è diversa quasi da uomo a uomo, quindi la possibilità che l’Ia possa guidarti o a farti prevenire l’evento avverso è ancora lontana. L’Ia è poi entrata in maniera preponderante nella scrittura dei lavori scientifici e lì bisogna saperla gestire, altrimenti si rischia di spegnere il cervello”.

In che modo le attività didattiche e di ricerca del Dipartimento sono sviluppate in modo integrato e collegato dal punto di vista funzionale all’attività clinico-assistenziale?
“C’è un collegamento automatico. La trasversalità e la complementarità delle competenze scientifiche presenti e la varietà dell’offerta formativa costituiscono il punto di forza delle attività didattiche e di ricerca del Dipartimento, sviluppate in modo integrato e strettamente collegato dal punto di vista funzionale all’attività clinico-assistenziale. Attraverso la ricerca, la curiosità, le pubblicazioni scientifiche, i collegamenti costanti con la comunità scientifica nazionale e internazionale, attingiamo tutto quello che può servire alle nostre attività clinico-assistenziali”.

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Fonte: QdS.it