Renato Schifani, credit ImagoeconomicaIl presidente della Regione Siciliana Mauro Seminara 22 Ottobre 2026, 19:09 Alla...
Alla fine di una estenuante maratona di Sala d’Ercole, i risultati che l’approvazione della variazione di bilancio porta con se sono molteplici ed ognuno con svariate sfaccettature. Su tutti però c’è la risposta che Renato Schifani, a suo modo, ha dato agli alleati, al commissario regionale Nino Minardo ed anche al segretario Antonio Tajani.
La maggioranza si è compattata, ha approvato tutto il disegno di legge e non ha ceduto di fronte alle richieste di voto segreto dell’opposizione. A tratti contestato da deputati di opposizione per l’assenza all’Ars, da Palazzo d’Orleans il presidente della Regione ha mosso i fili dei lavori senza mai perdere un colpo.
Renato Schifani fa All-in e porta a casa tutto
Come in un’ottima mano di Texas Hold’em, dopo aver tenuto tutti col fiato sospeso, Schifani ha fatto All-in sbancando tutti. Perfino Nicola D’Agostino, che da diverso tempo non si annovera tra i maggiori estimatori del governatore, ha affermato a fine lavori di essere stato “piacevolmente sorpreso per i 209 milioni che il presidente Schifani ha voluto destinare alla SuperZes, onorando un impegno preso con gli imprenditori”. Il deputato forzista ha ringraziato il presidente della Regione e l’assessore all’Economia aggiungendo che “la manovra di oltre 1 miliardo di euro farà storia ed i meriti vanno riconosciuti al presidente Galvagno e ad una maggioranza che finalmente si è dimostrata unita e compatta come non mai”.
La maggioranza compatta adesso guarda alla finanziaria
La gestione dei lavori per la variazione di bilancio “Coesione e crescita” ha fatto e farà discutere. Il governo ha trasmesso un maxi emendamento da oltre 150 milioni per il Fondo investimenti territoriali unitamente ad altre misure emendative che come un colpo di scena finale hanno risolto, anche solo temporaneamente, dibattiti interni alla coalizione ed al partito e perfino proteste esterne. Tenuti stretti i cordoni della borsa fino alla fine, poi l’exploit di una manovra correttiva da oltre un miliardo che anticipa di sole due settimane la ancora più espansiva legge di stabilità attesa dall’Ars per il 3 novembre e che potrebbe cubare altri due miliardi di euro.
Lo sfinimento anti-Fit non paga, il banco vince
L’opposizione ha scelto la strada dell’ostruzionismo, dello sfinimento della maggioranza, del dito puntato sulle mancette elettorali, dell’astensionismo sia dai contributi territoriali del Fit che dalla presenza in Aula al momento del voto. Fatta eccezione per qualche scintilla, dettata forse anche dalla stanchezza, il centrodestra ha retto incassando il colpo e le opposizioni hanno di contro portato a casa adeguamenti delle risorse su misure ritenute prioritarie e come tali anche discusse saltando l’ordine dell’articolato. Di fatto la concessione di Gaetano Galvagno, all’apertura del secondo giorno di discussione dell’articolato, ha accelerato un po’ i lavori da una parte ed ha permesso anche qui sorprese che il governo riservava sui capitoli con ulteriori risorse disponibile e facilmente accordate. Mantenendone però la paternità, perché l’aumento sostanziale di risorse allocate arrivava con un puntuale emendamento del governo.
Un disegno di legge senza défaillance
Quando l’opposizione ha lasciato l’Aula in segno di protesta verso quel Fit osteggiato in ogni modo, i capigruppo di maggioranza hanno esultato per il segnale di grande coesione dimostrato e per i risultati ottenuti anche attraverso il Fondo delle mancette. Roberto Di Mauro per Mpa, Carmelo Pace per la Dc, Salvo Geraci per la Lega, Giorgio Assenza per Fratelli d’Italia e Stefano Pellegrino per Forza Italia hanno dato ineludibile merito per il risultato alla governance che così gestita la partita non è incorsa in alcuna défaillance. Soprattutto, i vari capigruppo si sono mostrati compiaciuti per il fallimento dei tentativi di affossare norme con il voto segreto messo in atto dall’opposizione. “La maggioranza ha dimostrato compattezza e responsabilità, superando i tentativi di ostacolare il percorso della manovra e portando a casa risorse importanti per la Sicilia”, dice il capogruppo leghista Salvo Geraci.
Il bicchiere mezzo pieno dell’opposizione
Sulla compattezza concorda il capogruppo dei Cinque stelle Antonio De Luca, ma con una chiara e poco lusinghiera opinione circa il motivo: “Abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare per smontare una delle manovre peggiori della legislatura, ma contro questa maggioranza compattata come non mai dalla colla delle mancette c’era poco da fare”. Tra la varie sfaccettature dell’esito di questa prova generale in costume che anticipa la finanziaria della Regione, ci sono comunque importanti risultati portati a casa anche dall’opposizione. “Noi comunque siamo soddisfatti per avere portato a casa le principali norme che aspettavano i siciliani e per aver fatto stralciare articoli tutt’altro che urgenti e importanti”, dice Antonio De Luca con riferimento ai 52 articoli di cui il disegno di legge è stato sfoltito a discussione generale già iniziata.
Una “legge mancia” secondo i Cinque stelle
“In un momento drammatico come questo per la Sicilia sottrarre la folle cifra di quasi 150 milioni di euro ai bisogni della collettività per spartirli ai deputati della maggioranza è veramente vergognoso e il governo dovrebbe solo vergognarsi per aver partorito un abominio del genere”, dice di contro il Cinque stelle in merito al Fit. “Più che una manovra economica per la Sicilia, quella approvata dalla maggioranza all’ARS sembra una distribuzione di prebende per tenere insieme una coalizione che, dopo mesi di scontri e lunghi coltelli, è passata alla legge mancia”, gli fa eco la vice capogruppo Cinque stelle Roberta Schillaci.
Il metodo last minute del governo che bypassa l’Ars
Di pari tono è l’analisi del capogruppo del Partito democratico Michele Catanzaro, secondo il quale “sostenere i territori rientra nei compiti di un deputato ma le risorse devono rispondere a una programmazione, a criteri trasparenti e a un’idea di sviluppo”. Il maxi emendamento del governo è giunto in Aula a tempo debito, dopo la prova di fede della deputazione di centrodestra, ma è sfuggito così al controllo del parlamento che ha avuto poche decine di minuti per leggerlo, studiarlo, valutarlo e decidere. Perfino l’assessore all’Economia Alessandro Dagnino ha dovuto attendere un prospetto dai propri uffici per rispondere alle richieste di chiarimenti del deputato Pd Antonello Cracolici. Centinaia di milioni di euro posti e disposti dal governo e votati a scatola chiusa dall’Assemblea regionale che nel mucchio di interventi aveva vari emendamenti per ogni deputato della maggioranza.
La variazione “guinzaglio per i sindaci”
“Parcellizzare i finanziamenti in contributi da 40 o 50 mila euro significa costruire consenso elettorale”, dice Michele Catanzaro. “Nel provvedimento – prosegue il capogruppo del Pd – trovano spazio circa 250 Comuni, mentre gli altri rimangono esclusi perché privi del referente politico o dell’emendamento giusto. È una Sicilia divisa tra figli e figliastri”. Il ragionamento sembra proseguire nelle parole del vice capogruppo del Pd, Mario Giambona: “È evidente che il centrodestra intende tenere al guinzaglio i sindaci siciliani”. Giambona poi guarda al dopo maratona e mette in mora tutti: “Racconteremo ai siciliani come la maggioranza ha scelto di sperperare oltre 200 milioni di euro in interventi territoriali”.
Gli emblematici campi da padel
Anche il deputato nazionale Anthony Barbagallo, segretario del Pd Sicilia, ha commentato il risultato puntando il dito sui campi da padel del Fit e definendo aspramente la manovra: “Una variazione ‘monstre’ da oltre 1 miliardo, di cui 200 milioni di euro parcellizzati in micro interventi che riflettono l’unica emergenza sentita dai deputati del centrodestra: il mantenimento del seggio all’Assemblea regionale siciliana”.
Campi da padel e chiese
Ismaele La Vardera, leader di ContoCorrente e presidente di Progetto Civico, mattatore della variazione di bilancio che si è inventato di tutto per allungare i tempi e provare a far saltare i nervi alla maggioranza, ha ricordato a fine lavori i 5 milioni per i campi da padel ed i 27 milioni per le chiese nel Fit, oltre al generico “decine di altre follie, ringhiere, chiese, monumenti a Garibaldi”. Soprattutto, secondo La Vardera: “Guarda caso ai comuni in cui ci sono sindaci deputati piovono mancette. Solo a Ribera (sindaco onorevole Pace) ad esempio 2 milioni, Modica 10 milioni, potrei continuare per ore”. Indignazione che cerca indignazione popolare, mediante social, e che definisce “senza alcuna dignità” la maggioranza ed asserendo inoltre che “sono davvero delinquenti politici”.
I democristiani vedono il futuro e la crescita
Il chiamato in causa Carmelo Pace, capogruppo della Democrazia Cristiana all’Ars, sindaco di Ribera e segretario del partito che lotta per il mantenimento della carica e la sopravvivenza del movimento politico, la vede diversamente e nella descrizione del risultato si allinea alla visione di Palazzo d’Orleans: “Si tratta di misure e iniziative economiche corpose che da un lato garantiscono risposte immediate e concrete di fronte alle emergenze e ai settori che stanno attraversando la grave crisi che conosciamo, dall’altro guardano al futuro con interventi strutturali in settori strategici per l’economia e la crescita del nostro territorio”.
Piccole divergenze tra alleati, questa volta di opposizione
Durante gli interventi dei capigruppo di maggioranza, quando l’opposizione è uscita da Sala d’Ercole, più di uno dei presidenti di gruppo parlamentare di centrodestra ha messo un dito nella piaga dei tre gruppi di minoranza affermando che il nuovo leader di opposizione è emerso all’Ars e si tratta di Ismaele La Vardera. Se la maggioranza è stata granitica e l’opposizione non è riuscita a sgretolarla, tra i banchi della minoranza qualche passaggio di staffetta mancato si è visto. Già in precedenza il coordinatore regionale dei Cinque stelle Nuccio Di Paola aveva preso le distanze dall’attacco che il leader di Controcorrente aveva riservato al giornalista Giacinto Pipitone, reo di aver – a dire di La Vardera – commesso una arbitraria omissione. Poi, in Aula, lo stesso Di Paola ha negato la propria firma ad una richiesta dell’alleato di verifica del voto per la quale serviva la richiesta di quattro deputati. Nuccio Di Paola non è stato il quarto. Piccole divergenze che non lascerebbero traccia se non si fossero consumate mentre il centrodestra mai come in questi giorni dimostrava cieca coesione.
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