Redazione 8 Settembre 2026, 15:31 Milano, 8 set. (askanews) – “Irregolanti” ha portato a Bra...
Milano, 8 set. (askanews) – “Irregolanti” ha portato a Bra (Cuneo) oltre 500 persone a interrogarsi sul senso delle regole quando il contesto che le ha prodotte cambia. La prima edizione dell’iniziativa ideata da Matteo Ascheri e ospitata il 7 settembre negli spazi di Cantine Ascheri ha preso il vino come punto di partenza per affrontare questioni che riguardano più in generale il modo di fare impresa: il rapporto con il mercato, la crescita, il lavoro, la sostenibilità, l’identità dei prodotti e la capacità di modificare una scelta quando continuare a ripeterla non appare più razionale.
Il presupposto emerso durante la giornata è che l’anticonformismo, per avere un valore, non possa ridursi alla ricerca della diversità. “L’irregolarità fertile nasce da una scelta consapevole e da un modo critico di stare dentro il proprio tempo” ha spiegato Ascheri, sottolineando che “siamo ‘irregolanti’ quando decidiamo di non aderire automaticamente al modello dominante se quel modello appiattisce, banalizza, consuma, rende tutto replicabile”. La riflessione si è sviluppata con il dibattito “Irregolanti: anticonformismo e pensiero critico nell’imprenditoria indipendente”, moderato da Chiara Cavalleris e seguito da oltre 100 persone tra giornalisti, operatori horeca, istituzioni e associazioni. Il confronto ha messo al centro una distinzione meno scontata di quanto possa sembrare: quella tra ciò che funziona e ciò che continua ad avere senso. Un’impresa può rispettare le regole, essere efficiente e crescere, ma questo non significa necessariamente che le scelte compiute continuino a essere adeguate al territorio, alle persone e alle condizioni nelle quali opera.
Nel vino questa riflessione assume un significato particolarmente concreto, perché ogni regola finisce prima o poi per misurarsi con un territorio vivo. Il confronto ha riguardato l’espansione delle superfici vitate, il rapporto tra vigneto e bosco, la scelta delle esposizioni e la capacità dei Disciplinari di confrontarsi con condizioni climatiche che non sono più quelle di qualche decennio fa. Temperature più alte, minore disponibilità idrica e cicli vegetativi diversi impongono di capire se continuare a fare ciò che ha funzionato in passato significhi davvero custodire una tradizione oppure, al contrario, rischiare di irrigidirla. Da qui è emersa anche l’idea di “crescere meno e meglio”: non una rinuncia allo sviluppo, ma il tentativo di sottrarlo all’automatismo di superfici, volumi ed espansione. Per le produzioni profondamente legate a un luogo, infatti, rendere tutto più efficiente, replicabile e scalabile può avere un costo meno immediato da misurare: la progressiva perdita di quelle differenze che fanno di un vino non soltanto un prodotto corretto ma l’espressione riconoscibile di un territorio.
“Anche la produzione rischia così di perdere la propria identità. Nel vino come in altre filiere – ha osservato Ascheri – si trovano prodotti tecnicamente impeccabili ma talvolta sempre più difficili da ricondurre alle mani che li lavorano, alle persone che li pensano e al luogo da cui provengono”. La precisione tecnica resta una condizione necessaria ma l’assenza di difetti non esaurisce il valore di un vino. Se territori, varietà e produttori finiscono per convergere verso modelli riconoscibili e facilmente accettati dal mercato, il rischio indicato durante la giornata è che la qualità diventi progressivamente separata dall’identità, producendo vini corretti ma sempre meno riconducibili al luogo e alle persone che li hanno generati.
La stessa tensione attraversa la comunicazione. Il settore del vino si interroga da tempo sulla difficoltà di parlare alle generazioni più giovani ma la risposta, secondo la riflessione sviluppata a Bra, non può consistere soltanto nell’adottare formule più brevi, immediate o costruite per ottenere consenso sulle piattaforme digitali. Se il linguaggio diventa troppo prevedibile e uniforme, la ricerca di nuovi pubblici rischia di passare attraverso la rinuncia a quella complessità che rende il vino un prodotto agricolo, culturale e sociale prima ancora che commerciale.
Nel cortile sono stati degustati i 15 vini “unplugged” di Cantine Ascheri, ciascuno associato a un brano musicale, un film, un libro o un’opera d’arte, nel tentativo di lasciare spazio a una relazione meno prescrittiva con il vino, nella quale il racconto tecnico non preceda necessariamente l’esperienza individuale e non stabilisca in anticipo che cosa il degustatore debba trovare nel bicchiere.
La grande balena sospesa sopra le vigne scelta come immagine di “Irregolanti” ha tradotto visivamente lo stesso principio: un elemento fuori scala e apparentemente fuori posto capace di obbligare chi guarda a modificare per un momento la prospettiva. Per definire questa idea di irregolarità consapevole, durante la manifestazione sono stati richiamati percorsi lontani dal vino. Jean-Pierre Van Roy continuò a difendere il carattere del lambic di Cantillon anche quando il mercato chiedeva prodotti differenti; Dick Fosbury cambiò il salto in alto non opponendosi alle regole della disciplina ma immaginando un modo completamente diverso di rispettarle; Adriano Olivetti provò a considerare la fabbrica non soltanto come luogo di produzione, ma come parte di una comunità. Esperienze diverse, accomunate non dalla volontà di essere eccentriche, ma dalla disponibilità a non assumere l’esistente come unica possibilità.
“Di questa giornata mi hanno colpito non solo le tante persone che hanno partecipato ma vedere quanto rapidamente si sia creata un’intesa, un riconoscimento tra chi era qui – ha dichiarato Ascheri, rimarcando che “persone che fanno mestieri diversi, hanno storie diverse e probabilmente non farebbero le stesse scelte, ma condividono la necessità di chiedersi continuamente se quello che fanno abbia ancora senso. ‘Irregolanti’ nasce per rivendicare il diritto, e forse anche il dovere, di non considerare inevitabile ciò che il mercato, le abitudini o le regole ci consegnano come tale” ha proseguito sottolineando che “il neologismo nasce proprio per descrivere un’azione in corso: irregolanti, non irregolari, perché l’irregolarità non è uno status ma un processo continuo di messa in discussione”.
Tra le realtà presenti a “Irregolanti” c’erano Vastè Impresa Sociale, 8pari e Accademia della Vigna, attive sul fronte dell’inclusione e del lavoro, insieme con SOV Bakery di Luca Soave, Fenocchio Nocciole, Macelleria Masino, l’attività di affinamento di Fiorenzo Giolito e Osteria Murivecchi.
