lavoro nero caporalato Gioacchino D'Amico 7 Ottobre 2026, 06:10 Il valore generato dall’economia sommersa in...
Il valore generato dall’economia sommersa in Italia sale da 185,4 a 197,6 miliardi (il 9,2% del Pil) se, oltre alle dichiarazioni fiscali incomplete e al lavoro nero, si considera anche una quota di irregolarità aggiuntive. A mettere in fila questi dati è il focus di Censis e Confcooperative intitolato L’economia sommersa. Il costo dell’irregolarità per l’economia italiana. Secondo il report, questo sommerso complessivo (197,6 miliardi) sarebbe più che sufficiente a soddisfare per un anno intero il fabbisogno di spesa della sanità pubblica, che invece ammonta a 142 miliardi di euro. O, in alternativa, a distribuire ai cittadini un assegno pro capite di 3.350 euro.
Economia sommersa, oltre 108 miliardi dalle sottodichiarazioni
Lo studio, inoltre, si focalizza sulle singole componenti dell’economia sotterranea. La fetta più grossa, pari a 108,2 miliardi, è data da sottodichiarazioni, ossia dagli imprenditori, dai liberi professionisti e dai lavoratori autonomi che dichiarano al fisco di aver guadagnato meno di quanto realmente incassato, evadendo così le imposte su produzione, redditi e Iva.
Lavoro nero e occupazione irregolare: 77,2 miliardi
È invece inferiore, pari a 77,2 miliardi, la quota di sommerso che consiste nell’occupazione irregolare, ossia in quei rapporti di lavoro che, seppur svolti e remunerati, non vengono, in tutto o in parte, registrati. Un tipo di sommerso, quest’ultimo, da cui si tende a trarre un doppio profitto: da una parte la mancata contribuzione, e dall’altra l’abbattimento del costo del lavoro. Il focus, infatti, evidenzia come un lavoratore irregolare percepisca in media 9,2 euro lordi all’ora contro i 17,8 euro di chi è occupato regolarmente: una differenza di 8,6 euro per ora lavorata, pari a un gap retributivo del 48,3%.
Affitti in nero e mance: la terza componente del sommerso
C’è poi la terza quota di sommerso, il cui valore ammonta a 12,2 miliardi di euro. Si tratta di una componente residuale che, pur senza sfociare nel campo delle economie criminali, continua a sottrarsi alle regole della fiscalità. Il rapporto Censis-Confcooperative, in particolare, mette in evidenza gli affitti in nero e le mance non dichiarate e sostanzialmente stabili nei settori della ristorazione, della ricettività e dei servizi alla persona.
Economia sommersa in crescita dal 2021
Il focus accende un ulteriore campanello d’allarme, rilevando come l’economia sommersa abbia ripreso a crescere negli ultimi anni monitorati. Se tra il 2019 e il 2020 si è registrata una generale diminuzione del fenomeno, a partire dal 2021 i numeri sono tornati a salire per tutte le componenti. Il dato più recente, quello del 2023, relativo al valore delle sottodichiarazioni, è aumentato rispetto all’anno precedente di quasi 15 miliardi di euro. Anche l’economia generata dal lavoro irregolare è cresciuta di oltre 6,6 miliardi: nel 2023 gli occupati non a norma erano 2,7 milioni, 116 mila in più del 2022. In su anche il valore delle componenti residuali del sommerso (mance e affitti irregolari), cresciuto di quasi mezzo miliardo in un anno.
Evasione fiscale in Italia: oltre 103 miliardi di euro all’anno
Proliferando l’economia sommersa, si consolida anche l’evasione fiscale. Il rapporto elabora una stima massima di 103 miliardi di euro evasi all’anno tra il 2019 e il 2023. La componente più grande (il 90%, pari a 91,5 miliardi) è data dall’evasione tributaria, in particolare per Iva (30 miliardi) e Irpef di autonomi e imprese (36 miliardi). La quota restante, è rappresentata dall’evasione contributiva: circa 12 miliardi, di cui oltre 9 legati al mancato versamento dei contributi a carico del datore di lavoro.
Economia sommersa e impatto sul debito pubblico italiano
Una ricchezza che sfugge ai principi del patto sociale e della redistribuzione, che avvantaggia pochi a scapito di molti e che, in ultima istanza, finisce per esercitare un’influenza non indifferente anche sul debito pubblico. Un “boomerang” sul quale si sofferma anche lo studio di Censis e Confcooperative. Il debito pubblico italiano, in termini nominali, non ha mai smesso di aumentare dal 1932, generando così la sensazione di un’infinita rincorsa al risanamento contabile.
Una situazione di stallo davanti alla quale, secondo il focus, è indispensabile migliorare l’efficacia della riscossione delle imposte. Il debito pubblico, infatti, ha superato i 3 mila miliardi di euro, pari al 136,7% del Pil. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, quest’incidenza potrebbe scendere anche al 116% entro il 2041, se si riuscisse a migliorare in modo strutturale e permanente la compliance fiscale, destinando il maggior gettito riscosso proprio al contenimento del debito e al saldo di bilancio.
