Nicola Pellegrino “Mentre che mi è successo il sequestro ho sposato a mia figlia, ho...
“Mentre che mi è successo il sequestro ho sposato a mia figlia, ho fatto un matrimonio che le persone sono rimaste babbe”. Nicola Pellegrino, della stirpe nota a Messina con l’epiteto Arancini, si vantava del modo in cui, nonostante le condanne e le confische, fosse riuscito negli anni a portare i propri business nel movimento terra.
L’uomo, 62 anni, è stato arrestato giovedì insieme al fratello Mimmo, con l’accusa di trasferimento fraudolento di valori aggravato dall’appartenenza di Nicola alla mafia, nello specifico al clan Sparacio.
Per la gip Tiziana Leanza, che ha disposto i domiciliari accogliendo la richiesta di misura cautelare della Dda peloritana, i Pellegrino forti dei propri contatti nella criminalità organizzata e della compiacenza di diversi imprenditori avrebbero avuto la capacità di lavorare nel mondo degli appalti pubblici, noleggiando mezzi e occupandosi del trasporti dei rifiuti inerti nelle discariche.
Fantasmi ma non troppo
Quando nel corso di una cena tra amici, Nicola Pellegrino – nel cui passato ci sono condanne per associazione mafiosa e tentato omicidio – si vantava della propria capacità di inabissarsi e mantenere un elevato tenore di vita, la moglie lo stoppa: gli ricorda che quando fu del sequestro, non c’erano ancora in ballo le nozze della figlia bensì la festa per il 18esimo compleanno.
Per l’uomo cambia poco. “Ho continuato a lavorare non mi sono fermato, prendevo il lavoro, glielo davo a Benedetto, glielo davo a Mimma… non mi sono fermato! E poi facevo mangiate, me ne andavo in giro. Le persone mi facevano: ‘Nicola, minchia, ma tu hai una forza!’ Oh, io ho iniziato tre volte da zero. Una volta per una cosa, una volta per l’altra, una volta mi arrestavano, una volta arrestavano il mio socio”.
Nell’ordinanza di custodia cautelare non si fa riferimento a protezioni o coperture di cui i Pellegrino potrebbero aver beneficiato, ma soltanto alla capacità degli stessi di creare attorno a sé una rete di persone disponibili a fare da interfaccia. A metà tra la figura del prestanome e quella dell’imprenditore che accetta di avere soci occulti.
Un esempio è dato dalla storia di un autocarro che in 15 anni passa formalmente da cinque proprietari, in un caso per appena due settimane, ma che sarebbe stato sempre sotto il controllo dei Pellegrino.
Questi ultimi sono stati fotografati alla guida dei mezzi e a ridosso dei cantieri in cui i veicoli erano stati noleggiati. C’è chi, secondo la procura, avrebbe noleggiato gli autocarri dei Pellegrino come modo per ingraziarseli, nella consapevolezza dei legami con la mafia di Nicola.
I cantieri pubblici
A finire nell’inchiesta sono state anche le opere eseguite all’interno degli immobili che a Messina ospitano il comando provinciale dei carabinieri.. “L’attività di indagine metteva in luce l’esecuzione del servizio di trasporto e conferimento in discarica degli inerti e di altro materiale derivanti dall’attività di rifacimento della terrazza del comando provinciale”, si legge nell’ordinanza.
Altri appalti hanno riguardato i lavori di costruzione di una scuola e alcuni interventi sui torrenti banditi dal Commissario per il contrasto del rischio idrogeologico.
La faida sanguinosa
Entrambi i fratelli Pellegrino sono noti da decenni alle cronache giudiziarie. Nelle carte dell’inchiesta se ne traccia la storia familiare. “I Pellegrino erano in origine dediti all’allevamento di ovini per poi impiantare un’impresa edilizia specializzata nel movimento terra, operante nella zona sud del Messinese. Agli inizi degli anni Novanta – si legge – entrarono in contrasto con la famiglia Vitale, operante nel medesimo settore del movimento terra e delle demolizioni, per ragioni di carattere economico. Il conflitto d’interessi diede vita a una sanguinosa faida che vide contrapposte le due famiglie e che sfociò nel 1990 nell’omicidio di Pellegrino Giovanni”.
Da lì partì un effetto domino. Gli atti violenti si susseguirono. “Il grave episodio – scrive la gip – innescò una serie di fatti di sangue che videro coinvolte persone estranee ai due nuclei familiari, i quali finirono con il dare vita a due veri e propri sodalizi criminali contrapposti. Nel corso della faida, i due gruppi allacciarono alleanze con altre cosche criminali messinesi: in particolare i Pellegrino si legarono alle cosche Ferrara e Sparacio”.
Attorno a tali vicende si sono tenuti negli anni ben tre processi – Faida, Peloritana 2 e Peloritana 3, i nomi – che hanno portato a condanne, confische e misure di sorveglianza. Nonostante ciò, i Pellegrino hanno continuato a fare gli imprenditori muovendosi nel sottobosco degli appalti pubblici. Incuranti del rischio di poter essere beccati. Un atteggiamento che ha dato loro ragione, fino a pochi giorni fa.
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