Sigfrido Ranucci è stato sicuramente uno dei principali protagonisti di questa estate sulla stampa nazionale. La vicenda dell’attentato subito, nel giro di qualche settimana, si è trasformata in un’arma di delegittimazione contro lo storico conduttore di “Report”, a partire dalla sua amicizia con il faccendiere Valter Lavitola. Poi si è passati ad altro, con ulteriori schizzi di fango legati ai presunti corteggiamenti verso stagiste e colleghe, fino a un presunto sondaggio riguardante una candidatura di Ranucci alle elezioni come leader del campo progressista. L’epilogo delle ultime ore, abbastanza prevedibile, è che la Rai ha comunicato al giornalista che non condurrà più Report, in quanto “avrebbe messo a repentaglio la credibilità della trasmissione”. Contestualmente, sono stati annunciati i nomi di altri due giovani colleghi, mentre gli inviati storici del programma di inchiesta di Rai Tre hanno firmato una nota congiunta dichiarandosi pronti ad andarsene.
Ora, qui, la questione non è se Ranucci sia più o meno simpatico, più o meno vanesio. Nè se abbiamo apprezzato tutti i servizi di Report andati in onda negli ultimi anni o se siano condivisibili le sue dichiarazioni un po’ sopra le righe in cui si paragona a Giovanni Falcone, afferma che sarebbe andato a cena anche con Riina e definisce “una scelta mediocre” l’affidamento della conduzione di Report a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi.
Il punto, che riguarda tutti, è che si tratta di una vicenda che non convince, per tante ragioni. La storia di Valter Lavitola racconta di una persona inaffidabile, legato ad ambienti della politica, della massoneria e dei servizi segreti. E’ immaginabile che abbia orchestrato l’attentato a Sigfrido Ranucci in totale autonomia? O è più verosimile pensare che Lavitola sia stato il terminale (o l’aggregatore) di interessi convergenti, orientati a un ridimensionamento di Report?
Venticinque anni fa, a Berlusconi bastava accendere un microfono per dire che Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi avevano fatto “un uso criminoso del servizio pubblico”, lasciando che i dirigenti Rai facessero il resto. I fatti dimostrarono che il cosiddetto “editto bulgaro” fu un autogol che gli fece perdere consensi. Tuttavia, il problema dei rapporti tra stampa e politica è rimasto e le democrazie occidentali – sempre più fragili al tempo dei sovranismi – hanno cominciato ad affrontarlo diversamente. E di fronte a un programma di successo, a più riprese capace di raccontare storie che approfondiscono le zone oscure del potere (politico, economico, criminale) si è scelto di procedere diversamente rispetto al passato, con una sceneggiatura che va al di là della solita “macchina del fango”, con l’obiettivo di screditare radicalmente il lavoro di un conduttore e della sua redazione. Tutto ciò, al fine di far pensare che i servizi contro il governo e le lobby non fossero dettati dal dovere di cronaca, ma da finalità personali. E se una vicenda del genere avviene a un anno dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento italiano, appare – a maggior ragione – difficile pensare a una coincidenza. Conoscendo la storia del nostro Paese viene da pensare più ad una mirata opera di manipolazione delle solite “menti raffinatissime” in servizio permanente, soprattutto quando ci sono equilibri e interessi da mantenere.