L’emergenza idrica continua a pesare su decine di famiglie. Salvo Titoni, del Comitato “L’acqua è un diritto di tutti”, denuncia i disagi quotidiani e chiede all’Amministrazione interventi risolutivi. Sullo sfondo il problema delle vecchie reti fognarie e delle condotte contaminate.
Sette mesi con i rubinetti chiusi, senza la possibilità di utilizzare normalmente l’acqua nelle proprie abitazioni. A Trapani l’emergenza idrica non è ancora alle spalle e la pazienza dei residenti delle zone interessate dalla contaminazione delle condotte è ormai arrivata al limite. Una situazione che continua a condizionare pesantemente la vita quotidiana di decine di famiglie e che ieri è tornata al centro del dibattito politico durante il Consiglio comunale straordinario convocato a Palazzo Cavarretta. A portare in Aula la voce dei cittadini è stato Salvo Titoni, rappresentante del Comitato spontaneo “L’acqua è un diritto di tutti”, che ha descritto una condizione diventata ormai difficile da sostenere.
“Lo scorso anno abbiamo vissuto in centro storico la mancanza d’acqua dalle condotte per problemi di pressione. Oggi, invece, il problema è un altro: oltre alla quantità, c’è anche quello della qualità”, ha spiegato Titoni, sottolineando come la contaminazione abbia determinato l’impossibilità di utilizzare l’acqua distribuita dalla rete in diverse utenze. Non si tratta, infatti, soltanto di un problema di approvvigionamento, ma di una vera e propria emergenza sociale. Le famiglie devono organizzarsi quotidianamente per procurarsi l’acqua necessaria per lavarsi, cucinare, pulire casa e garantire le normali condizioni igieniche. Una difficoltà ancora più pesante per chi ha bambini piccoli o persone fragili all’interno del nucleo familiare.


“Sette mesi senza acqua è impossibile da vivere in una qualsiasi città civile. È insostenibile una cosa del genere, siamo nel 2026″, ha ribadito Titoni, raccontando anche la testimonianza di un padre di due bambini costretto a cercare continuamente soluzioni alternative per assicurare alla propria famiglia almeno le necessità essenziali. L’emergenza riguarda un’area cittadina nella quale, secondo le ricostruzioni pubblicate nelle scorse settimane, sono state interessate dalle restrizioni circa 154 utenze, distribuite in una ventina di strade tra via Orlandini, via Archi e le zone limitrofe. La vicenda ha radici più lontane: i primi episodi di contaminazione risalgono al marzo scorso, mentre le successive ordinanze sindacali hanno progressivamente imposto limitazioni e divieti di utilizzo dell’acqua per fini potabili.
Negli ultimi mesi sono stati effettuati diversi controlli e prelievi, mentre il Comune ha attivato un servizio sostitutivo attraverso le autobotti. Ma la soluzione definitiva continua a non arrivare. Proprio nei giorni scorsi, il sindaco Giacomo Tranchida, dopo un confronto con i tecnici dell’Asp, aveva riferito di un miglioramento dei risultati delle analisi: circa l’80% delle utenze monitorate avrebbe restituito esiti negativi alla contaminazione. Un dato incoraggiante, ma non sufficiente a consentire la revoca delle ordinanze. Il problema, infatti, potrebbe avere una natura strutturale. Tra le ipotesi tecniche avanzate dall’Amministrazione ci sono vecchie canalizzazioni sotterranee, possibili infiltrazioni dalla rete fognaria e collegamenti non corretti tra le diverse condotte. Il rischio è che, anche dopo il ripristino dell’erogazione, il fenomeno possa ripresentarsi.
Nel suo intervento in Consiglio comunale, Titoni ha rivolto un appello diretto all’Amministrazione, chiedendo un cambio di passo nella gestione delle priorità cittadine. “Occorre cambiare la mentalità con cui si guarda a questa città e alla sua struttura idrica. L’Amministrazione deve lavorare come un buon padre di famiglia”. Un richiamo che va oltre la singola emergenza e investe il rapporto tra istituzioni e cittadini. Perché, secondo il Comitato, non è accettabile che nel 2026 intere famiglie debbano continuare a vivere nell’incertezza, senza conoscere con precisione quando potranno tornare a utilizzare l’acqua nelle proprie abitazioni. La richiesta è quella di risposte concrete, tempi certi, informazioni trasparenti sui risultati delle analisi e soprattutto un programma di interventi capace di risolvere definitivamente le criticità della rete. Il messaggio arrivato da Palazzo Cavarretta è chiaro: prima delle grandi opere, delle inaugurazioni e dei nuovi progetti, Trapani deve riuscire a garantire i servizi essenziali.
Perché l’acqua non è un privilegio, non è una promessa elettorale e non è un’opera pubblica da inaugurare. È un diritto fondamentale. E sette mesi di attesa sono già troppi.