C’è una domanda che, all’indomani della lunga e a tratti surreale seduta del consiglio comunale di Trapani sulle decadenze, dovrebbe attraversare Palazzo Cavarretta da cima a fondo: era davvero necessario arrivare a questo punto?
Perchè, in alcuni momenti, sembrava quasi di essere al Gran Guignol, il celebre teatro parigino degli orrori.
Non è una battuta, è la sensazione che resta dopo aver assistito a una seduta che, al di là delle ragioni politiche e giuridiche delle parti in causa, ha finito per offrire all’esterno un’immagine assai poco edificante di quella che dovrebbe essere una delle istituzioni fondamentali della città.
Il dato più significativo è forse proprio quello che si è visto fuori dall’aula: c’erano infatti moltissimi cittadini collegati allo streaming. Persone che hanno seguito la seduta in diretta fino a tarda notte. E mentre dentro il Palazzo si consumava una partita fatta di interventi, sospensioni, votazioni, schede e interpretazioni regolamentari, fuori dall’aula i social erano diventati una sorta di piazza parallela dove non si parlava, praticamente, d’altro. Questo dato va letto in senso bidirezionale poichè, quando un Consiglio comunale riesce a catturare l’attenzione di così tanti cittadini non vuol dire necessariamente che sia una buona notizia. Dipende dai motivi per cui è riuscito a farlo e dall’immagine che ne ha dato.
La politica dovrebbe appassionare per le idee, per i progetti, per il confronto sui problemi della città. Dovrebbe tenere incollati allo streaming i cittadini perché si discute del futuro del territorio, del bilancio, dei servizi, delle strade, del porto, della sanità, delle periferie… fate voi.
Questa volta, invece, l’attenzione è stata catalizzata da una vicenda interna all’aula consiliare, trasformata progressivamente in una rappresentazione nella quale il confine tra il confronto politico e lo spettacolo è apparso, a tratti, veramente sottile.
Attenzione, però: non è in discussione il diritto dei consiglieri a difendere le proprie posizioni, né la legittimità di sollevare questioni politiche, regolamentari o procedurali. Il Consiglio comunale è esattamente il luogo nel quale queste cose devono essere affrontate, sottolineiamolo chiaramente. Ma proprio perché è il luogo delle Istituzioni, dovrebbe esserci un limite oltre il quale il confronto rischia di trasformarsi in qualcosa che con la politica ha poco a che fare.
Una scheda bianca, i voti, le presenze, le possibili interpretazioni, le accuse reciproche le sospensioni, il rinvio… e soprattutto quella crescente sensazione, percepita anche da chi guardava da casa, che la seduta stesse diventando una prova di forza più che un momento di esercizio sereno della funzione istituzionale.
Il problema, dunque, non è ciò che è accaduto dentro quell’aula. Il problema è ciò che è arrivato ai cittadini. Lo streaming ha abbattuto le pareti di Palazzo Cavarretta e quello che una volta sarebbe rimasto confinato dentro l’aula è entrato direttamente nei telefoni, nelle case e nelle discussioni delle persone. E i social hanno fatto il loro lavoro fungendo da termometro impietoso ponendo davanti agli occhi dei cittadini il linguaggio di questa politica che, ai più, è apparso come uno spettacolo. Con tanto di appuntamento al prossimo episodio che, come sapete, è “in programmazione” lunedì sera.
Ma le istituzioni possono permettersi di diventare una sorta di serie televisiva?
Un consiglio comunale, così credevo di aver capito, non è un’arena e non è, tanto meno, un reality. Non c’è un palcoscenico sul quale salire per conquistare “l’applauso del pubblico pagante”.
Se l’istituzione finisce per apparire più interessata alla propria rappresentazione che alla sostanza della propria funzione, riflettiamoci, a perdere non è soltanto questo o quel cosnigliere ma l’intera Istituzione.
E perde anche il cittadino che, magari per la prima volta (come mi risulta sia successo per la seduta di mercoledì sera, si collega e si trova davanti a una scena che difficilmente può esere presa come modello di confronto democratico.
I cittadini, abbiamo visto, ci sono. Guardano, ascoltano, commentano, si interessanno. Praticamente vogliono capire. Compito della politica, dunque, dovrebbe essere quello di interrogarsi su questo interesse e trasformarlo in partecipazione consapevole e non in intrattenimento. Altrimenti smettiamola di chiederci perché non c’è più voglia di andare a votare.
Chiediamoci quale sia la percezione che i cittadini hanno, da mercoledì sera, del consiglio comunale di Trapani. E che si torni, questo è l’auspicio di tanti se non di tutti, alla vera politica. Quella che discute, si divide, si confronta e magari litiga anche. Ma alla fine decide per la città. Non per se stessa.
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NB:
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