Una riflessione che invita ad andare oltre le parole e a guardare la realtà dei fatti. L’avvocata Roberta Anselmi, del Centro Antiviolenza “La Casa di Venere” di Marsala, interviene sul dibattito aperto dalle recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci, spiegando perché riconoscere il femminicidio come fenomeno sociale e culturale sia il primo passo per prevenirlo e contrastarlo efficacemente:
Non chiamatelo solo omicidio!
Ancora una donna uccisa.
Ancora una donna che non c’è più.
Ancora una famiglia devastata.
Ancora una comunità costretta a chiedersi se quella morte potesse essere evitata.
E mentre noi, nei Centri Antiviolenza, continuiamo a raccogliere le paure delle donne, a riconoscere segnali di pericolo, a costruire insieme a loro percorsi di protezione e libertà, c’è ancora chi discute se sia davvero necessario parlare di femminicidio.
Le recenti dichiarazioni di Roberto Vannacci meritano una risposta chiara. Parlare di femminicidio non significa sostenere che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Riconoscere il femminicidio non significa inventare una discriminazione al contrario; utilizzare questa parola non significa fare ideologia sulla morte. Significa riconoscere un fenomeno. E questa distinzione è fondamentale.
Perché se continuiamo a considerare ogni donna uccisa semplicemente come una vittima di un “omicidio”, rischiamo di non vedere ciò che accomuna moltissime di queste storie: il controllo, il possesso, la sopraffazione, la volontà di esercitare potere sulla vita e sulla libertà di una donna in quanto donna. È la stessa ragione per cui abbiamo imparato a parlare di fenomeno mafioso. La mafia non è soltanto l’insieme degli omicidi commessi dai mafiosi. È un sistema.
Ha una struttura.
Ha una cultura.
Ha codici.
Ha rapporti di potere.
Ha modalità ricorrenti di intimidazione e controllo.
Abbiamo dovuto imparare a riconoscerla come fenomeno proprio perché limitarci a contare gli omicidi non ci permetteva di comprenderne la portata.
Perché dovrebbe essere diverso per la violenza contro le donne?
Il femminicidio è la punta estrema di un continuum di violenza. Prima dell’omicidio, spesso, ci sono il controllo del telefono, l’isolamento, la gelosia patologica, le minacce, lo stalking, la violenza economica, quella psicologica e fisica. E spesso c’è un momento decisivo: la donna sceglie di sottrarsi al controllo.
Lasciare.
Separarsi.
Denunciare.
Dire no.
Ricominciare.
È in questi passaggi che la valutazione del rischio diventa una questione di vita o di morte. Ed è qui che le istituzioni devono essere preparate. Non basta avere una legge. Non basta avere un protocollo. Non basta dire che “la rete esiste”. Bisogna sapere leggere la violenza! Bisogna sapere riconoscere l’escalation. Bisogna sapere distinguere un conflitto di coppia da una relazione violenta. Bisogna sapere che non tutti i segnali hanno lo stesso peso e che alcuni indicatori possono essere predittivi di un rischio elevato. Bisogna formare continuamente magistrati, forze dell’ordine, avvocati e avvocate, servizi sociali e sanitari, psicologi e psicologhe, educatori, operatori e operatrici.
Perché una donna che chiede aiuto non può incontrare, ogni volta, qualcuno che debba ancora imparare a riconoscere la violenza.
La formazione non è un optional.
La corretta valutazione del rischio non è una formalità.
La protezione di una donna non può dipendere dalla fortuna di incontrare la persona giusta.
E allora sì, continuiamo pure a discutere delle norme. Ma facciamolo partendo dai fatti. Partendo dalle donne. Partendo da quelle che sono ancora vive e che ci stanno dicendo, spesso sottovoce:
“Ho paura“.
A loro dobbiamo rispondere. Non con una disputa semantica. Non con slogan. Non dicendo loro che il femminicidio è soltanto un modo ideologico di chiamare un omicidio. Dobbiamo rispondere con competenza, protezione e responsabilità. Perché dietro ogni femminicidio c’è una donna che non tornerà più a casa. E, troppo spesso, prima di quella morte c’è stata una lunga storia di violenza che qualcuno non ha saputo — o non ha voluto — vedere. Per questo, come Centro Antiviolenza, continueremo a chiamare le cose con il loro nome. Non per dividere. Non per creare privilegi. Non per fare ideologia.
Perché dare un nome a un fenomeno significa renderlo riconoscibile.
E rendere riconoscibile un fenomeno significa poterlo prevenire.
La mafia abbiamo imparato a riconoscerla come fenomeno. La violenza contro le donne dobbiamo avere il coraggio di riconoscerla allo stesso modo: come una questione strutturale, culturale e politica che riguarda tutta la società. E finché una donna verrà uccisa perché un uomo non accetta la sua libertà, non avremo il diritto di dire che si tratta soltanto di una tragedia privata.
È una sconfitta collettiva.
E ogni volta che accade, quella sconfitta è anche nostra.