In questo periodo di grandi riferimenti ai classici greci e, in particolare, all’Odissea, l’accostamento a una delle leggende mitologiche del mondo ellenico mi sembra adatto per parlare del “caso panchine a Marsala”. In particolare è uno dei miti attorno al dio fabbro Efesto che userò per raccontarvi la “leggenda delle panchine trappola”.
Si narra che Efesto costruì un trono d’oro per Era, sua madre, della quale voleva vendicarsi perché lo aveva rifiutato e gettato dall’Olimpo. Il trono era bellissimo, sembrava un magnifico regalo, ma era una trappola: quando la dea si sedette, rimase incatenata e non riuscì più ad alzarsi. Catene invisibili la bloccarono al suo posto e nessuno degli dèi riuscì a liberarla. L’unico che ci riuscì fu Dioniso, il dio del del vino, dell’estasi, del teatro e della fertilità, il quale fece ubriacare Efesto e lo condusse sull’Olimpo a dorso di un mulo. Efesto accettò di liberare la madre in cambio del riconoscimento ufficiale e di un posto tra le grandi divinità dell’Olimpo.
Viene da pensare che, a Marsala, qualcuno abbia ritrovato il progetto di Efesto. Solo che al posto di un trono ci sono delle semplici panchine che sembrano aver fatto qualcosa di simile: hanno intrappolato il dibattito pubblico, che per giorni non è riuscito più ad alzarsi da una polemica destinata a far discutere molto più del legno, del ferro o della loro collocazione/rimozione.
Perché, a ben guardare, il problema non sono mai state le panchine. Sono pezzi di arredo urbano. Servono per sedersi, riposarsi, chiacchierare, osservare una piazza, aspettare qualcuno. Eppure sono riuscite a fare ciò che spesso riesce solo alla politica: dividere anche i membri della stessa famiglia.
Per giorni il dibattito cittadino si è seduto su quelle panchine senza più riuscire ad alzarsi. Ognuno ha preso posizione, ha scelto una fazione, ha interpretato la vicenda come una questione di principio. C’è chi ha difeso la scelta dell’appena insediata Amministrazione Patti, chi l’ha contestata e intanto il confronto è rimasto lì, immobile.
Come Era sul trono di Efesto.
È curioso come nelle nostre città basti un dettaglio per trasformare una normale discussione amministrativa in una battaglia identitaria. Non si parla più di funzionalità, di decoro, di accessibilità o di qualità degli spazi pubblici. Si parla di vincitori e vinti. Di chi ha ragione e di chi ha torto. Di schieramenti.
Forse è questo il vero incantesimo del trono di Efesto: non immobilizza il corpo, ma il dibattito. Costringe tutti a restare fermi sulle proprie convinzioni, impedendo quel semplice gesto che spesso risolve i problemi: alzarsi, fare un passo verso l’altro e confrontarsi.
Le panchine passeranno. Come passano tutte le polemiche. Ne arriveranno (e ne sono già arrivate) altre, su un’aiuola, un senso unico, una pista ciclabile o un lampione. Cambierà l’oggetto della discussione, ma non il meccanismo.
E allora la domanda non è se quelle panchine siano belle o brutte, giuste o sbagliate. La domanda è un’altra: possibile che una città ricca di storia, cultura e potenzialità finisca così spesso per restare prigioniera delle polemiche che essa stessa costruisce?
Forse Efesto, da qualche parte sull’Olimpo, sorriderebbe. Lui aveva forgiato un solo trono capace di imprigionare una dea. Noi, con molto meno oro e molta meno fantasia, riusciamo a costruirne uno nuovo ogni volta che trasformiamo un’opera pubblica in una guerra.
Le panchine sono nate per far sedere le persone. A Marsala, invece, sembrano riuscire soprattutto a far sedere il buon senso.
Nella mitologia greca bastò una mela d’oro lanciata dalla dea della Discordia per innescare la guerra di Troia. A Marsala, per ottenere un risultato simile, è stata sufficiente qualche panchina. Perché, in fondo, le panchine non c’entrano quasi mai. Diventano il simbolo perfetto di una città in cui ogni scelta pubblica finisce per trasformarsi in uno scontro di tifoserie, dove il dibattito sull’arredo urbano sostituisce quello sulle grandi questioni e ogni occasione diventa terreno di contesa. Le panchine, dopotutto, sono fatte per sedersi. A Marsala, invece, sembrano servire soprattutto a prendere posizione in una città che resta “incatenata” a polemiche simboliche invece di affrontare questioni più rilevanti. E siamo solo all’inizio di un quinquennio che, sic stantibus rebus, si prospetta scoppiettante.
Qualcuno invochi Dioniso. A Marsala, città del vino, dovrebbe essere di casa, del resto.