Vi ho già parlato in passato di come le isole Egadi siano una fonte di ispirazione per una grande varietà di artisti. Il personaggio protagonista di questo articolo è un uomo che definirei come un creativo dall’aura primordiale: Danio Migliore.
Danio non è un semplice autodidatta, ha studiato presso il liceo artistico di Trapani e all’accademia delle Belle Arti di Brera.
«Cosa dipingo? In realtà non lo saprei definire neanch’io. Sostanzialmente dipingo archetipi o forme archetipiche.», sono le sue parole.
La sua pittura va oltre l’astrattismo: incontra l’inconscio e torna indietro, riportando forme stilizzate e ancestrali che si proiettano nella sua mente, ma che possono essere riscontrate altresì nelle pitture rupestri. Effettivamente, la sensazione che ho provato di fronte a uno dei suoi quadri, è stata quella di trovarmi dinanzi alle prove del passaggio di un popolo antenato, come quando si entra in una grotta ricca di tracce primitive.
E infatti, Danio conferma tale sentimento: «È emblematico l’esempio della Grotta del Genovese a Levanzo, che ho potuto visitare anni fa. Ed è stato come una sorta di iniziazione. La grotta è il ventre della Madre Terra, una forma uterina, un ambiente caldo e umido, quindi entrare in quella grotta, per l’uomo preistorico, era un po’ come tornare alle origini, dentro al ventre della Madre Terra. E attraversando un periodo X di gestazione, ritrovava sé stesso. E ritrovando sé stesso era in grado di rappresentare la forma archetipica dell’essere umano, che è quell’omino stilizzato classico. Io, da quel momento, ho avuto questa folgorazione sulla via di Damasco e ho iniziato a dipingere questi soggetti.»
Ma che cos’è un archetipo? Una specie di idea. Scomodo il mai citato abbastanza Platone e la sua filosofia delle idee e dell’Iperuranio.
L’Iperuranio è un universo metafisico situato sopra la volta celeste. Questo è il regno degli archetipi, ovvero delle idee perfette di ogni emozione, sensazione, concetto o anche oggetto materiale che noi conosciamo. E che cos’è un’idea? Secondo il pensiero del filosofo, il piano reale e fisico in cui viviamo sarebbe composto interamente da copie imperfette di idee. L’idea perfetta, che ha generato tutte le sue copie imperfette del nostro vissuto, è un archetipo: una sorta di cartamodello di base universale divino.
Tornando a Danio: il modo in cui mi ha raccontato questa sua illuminazione pressocché mistica, è un chiaro segno di una fortissima formazione teorica sul tema dell’Arte. Nel 2019 ha scritto un libro, intitolato “Attraverso i confini del tempo e dello spazio. Saggio sulle forme archetipe”. E come qualsiasi artista che si rispetti, egli ha abbandonato gradualmente la parte prettamente figurativa e pratica, per andare a ricercare «l’essenza delle cose», come la chiama lui.
Ha sperimentato tante forme di disegno, compreso l’autoritratto, un osservare sé stesso dall’esterno, perché ogni giorno si può avere una visione diversa dell’Io.
Ma la vera Musa ispiratrice di Danio è la Natura. La sua pittura platonica è cominciata con una foglia, che è stata come uno squarcio sulla tela. «Oltre al mondo fisico e percepibile dai sensi, c’è un’altra realtà.», mi spiega, per farmi comprendere cosa vuole comunicare attraverso i suoi lavori, realizzati con smalti, acrilici e vernici, su supporti di ogni tipo: dalle tele di iuta, al PVC, al tessuto, agli scarti di pelletteria e ai materiali di recupero.
«Il mio è un lavoro metodico come un mantra, perché i temi analizzati ruotano attorno a delle forme ben definite. Dunque, diventa un’esigenza meccanica che dona un nuovo significato anche grazie al cambio del materiale che uso.»
Non costruisce nella mente il suo disegno, ma parte col pennello e lasciandosi trasportare dall’estro, dà vita a una composizione.
Sono forme naturali legate agli archetipi femminili o figure antropomorfe maschili. A questo punto, diventa palese l’associazione con l’arte africana, l’arte per eccellenza delle nostre radici.
E Danio colleziona maschere e feticci africani: «La nostra arte deriva da queste tribù, che ancora sopravvivono.», asserisce con una punta di orgoglio e di ammirazione nella voce.
E come dargli torto? A me capita con i loro canti, che smuovono l’animo, una voce antica e potente che si è affievolita nel tempo. La sacralità della nostra essenza vitale si è sbiadita, come una maglia finemente colorata e ricamata rovinata da troppi cicli di lavaggio sbagliati in una lavatrice industriale.
Tuttavia, quella scintilla non si è spenta. È lì, da qualche parte dentro di noi, che si incendia solo con certi stimoli.
L’arte di Danio Migliore è un po’ come una fascina di legna atta ad alimentare tale fiamma. Ed ecco che di colpo, osservandola, ci troviamo trasportati in un tempo fuori dal tempo, un viaggio fuori dal corpo, ascoltando un sussurro urlato da lontano che non sappiamo bene cosa voglia dirci, ma che ci fa sentire parte del Cosmo.
Effettivamente, come diceva la cantante e attivista sudafricana Miriam Makeba (1932 – 2008): “L’Africa ha i suoi misteri e persino un uomo saggio non li capisce, ma li rispetta.”