Se Dio è morto, AI è più viva che mai

Gianvito Pipitone

La Corda Pazza

Se Dio è morto, AI è più viva che mai

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lunedì 06 Aprile 2026 - 07:00

Alle porte di questa Pasqua martoriata da guerre, odio e terrore per il futuro, mentre il mondo continua a fare a cannonate, arriva dall’America una piccola notizia su cui vale la pena soffermarsi. Quest’anno le diocesi americane hanno registrato il maggior numero di conversioni al cattolicesimo degli ultimi quindici anni. Da Detroit a Washington fino al Texas profondo, l’aumento di fedeli è incoraggiante per la Chiesa di Roma: oltre il 50% in più rispetto agli anni precedenti. Ma il dato che colpisce davvero non è il numero. È l’anagrafe: la fascia 18-35, quella identificata come la più esposta a isolamento, ansia e depressione nell’era digitale.

Che le persone cerchino risposte più grandi di loro nei momenti bui di paura e smarrimento non è una notizia. Lo è, forse, la scala del fenomeno. Ma soprattutto la domanda che si porta dietro: di che cosa è sintomo, esattamente, questo ritorno alla religione in un paese – gli Usa, ma per esteso tutto l’Occidente – che non sa più in cosa credere? Per tentare di capirlo bisogna, come sempre quando si tocca qualcosa di complesso, partire da lontano.

Possiamo intanto leggere questo ritorno alla “metafisica” non tanto come un ritorno alla spiritualità in senso consolatorio – o almeno non solo – ma a una dimensione semplicemente più aristotelica: oltre il reale, verso ciò che non è razionale, che sta oltre la fisica. Una riapertura del varco verso tutto ciò che non torna più nei conti con la ragione. E così, dopo anni di intellettualismo laico e materialista in cui l’aspetto dogmatico della religione era stato messo in secondo piano a vantaggio della razionalità, della scienza, della tecnica, della misurabilità, ecco di nuovo l’uomo aprirsi a forme che pensava di aver filosoficamente lasciato alle spalle. Dopo che Nietzsche ci aveva già abbondantemente informati che Dio era morto, oggi non solo sembra essere più vivo che mai, ma comincia ad assumere forme che non avremmo mai osato immaginare.

Sì, perché oggi sta succedendo un matrimonio strano e un po’ paradossale fra due mondi che fino a ieri si presentavano come opposti: da una parte la scienza e la tecnologia, dall’altra religione e spiritualità. Due linguaggi che una volta faticavano a stare insieme nella stessa frase oggi si ritrovano nello stesso concetto, o nello stesso thread sui social.

Per capire come ci siamo arrivati bisogna scavare un po’ sotto la crosta. Per anni questo “mood” è sembrato un fiume sotterraneo: una vena carsica che scorreva sotto traccia, intima, nascosta, spesso agendo a livello di gruppi chiusi, comunità, a volte anche sette che per pudore – o per difesa dallo stigma – si tenevano ai margini e usavano il silenzio come scudo di protezione.

Oggi, invece, grazie o per colpa di quello che qualcuno chiama impropriamente “free speech” alla Elon Musk, è possibile mettere in scena ciò che prima era solo impensabile, o al massimo sussurrato. Non la “religione ortodossa”, quella ufficiale della Chiesa, che a dirla tutta continua ad avere una presa modesta per il percorso molto accidentato e faticoso che propone; quanto piuttosto una religione su misura, che tiene conto dei nuovi “angeli e demoni” del firmamento.

E non parlo del “sottosopra” di Stranger Things. Qui si tratta di nuove interpretazioni della religione che scartano dai sentieri battuti e si inabissano verso percorsi alternativi con radici profonde, che si intrecciano con movimenti oscuri, eversivi, di pensiero laterale, che puzzano di odio nei confronti della democrazia, della libertà e, si potrebbe dire, dell’intera umanità.

Una costellazione di idee che usa il linguaggio della “liberazione dell’anima” per proporre, in realtà, nuove forme di dominio sulle persone. Tutto quello che – con estrema sintesi – intuiamo faccia capo al trumpismo dominante, che ne rappresenta oggi il veicolo più potente – e forse anche la parte più grottesca: tutti noi abbiamo sotto gli occhi le preghiere collettive del tycoon nello Studio Ovale. A dir poco imbarazzante.

Su questi temi esistono ormai diversi blog eccellenti, anche su Substack. Uno fra tutti segnalo “Lazarus”, dove analisi rigorose vanno di pari passo con una lettura disillusa di questi fenomeni complessi, senza indulgere né al complottismo né all’ingenuità.

La verità, guardando questo quadro, è che la religione nel senso in cui la intendiamo noi – parrocchia, sacramenti, catechismo – c’entra sempre meno. C’entra piuttosto un pensiero laterale distorto che usa le strutture ricettive della religione, le vie della spiritualità, per innescarsi sottopelle negli individui frastornati dall’era digitale e incapaci di credere a se stessi più di quanto credano alle macchine. La religione come infrastruttura emotiva su cui installare un altro software. Certo, tutto questo sembra pazzesco, ma a ben pensarci, è esattamente questo che sta accadendo nella testa di molti.

È difficile fare una mappa in un articolo solo e distinguere i vari aspetti di questa nuova religione tecnocratica, che ha smesso di mettere l’uomo al centro del progetto e ha assunto l’AI come oggetto di studio privilegiato, e non solo: come unico essere su cui investire per, paradossalmente, “migliorare” l’uomo e, chissà, magari sostituirlo un giorno.

Perché i termini della questione, oggi, sono esattamente questi. Pur senza il permesso di Kant – il filosofo più razionalista di tutti – che, pur provandoci allo stremo, non era riuscito a dimostrare l’esistenza di Dio, questi nuovi guru della Silycon Valley non sembrano andare troppo per il sottile. Per loro non è più il caso di farsi troppe domande sull’Uomo, che in quanto tale è fallibile e non merita altro tempo. Le scienze sociali, la psicologia, la filosofia, la sociologia sono scienze imperfette. Troppo lente, troppo incerte, troppo umane e pertanto fallibili.

Quello che loro cercano è invece una nuova divinità: la “macchina”, declinata nelle varie forme dell’intelligenza artificiale. Riesumando quasi e declinandolo in maniera diversa, per quanto sempre in maniera muscolare, uno dei capisaldi del futurismo di Marinetti: il culto della macchina, del dinamismo e della velocità senza freni.

Ci risiamo. Il pensiero di Nick Land, padre dell’accelerazionismo e teorico del “tecnocapitalismo”, è in questo senso una sorta di palestra per i seguaci di questa nuova religione: l’idea che capitalismo e tecnologia si fondano in un’unica forza autonoma, destinata a superare l’uomo, visto più come ostacolo – un impiccio – che come fine ultimo.

Appena tre o quattro anni fa, quando eravamo ancora nel periodo di incubazione dell’AI, le muovevamo le nostre prime critiche. Adesso che l’AI è entrata nel pantheon di ognuno di noi – nei telefoni, nei motori di ricerca, nei processi decisionali delle aziende e degli Stati – non possiamo che esserne ancora più preoccupati.

Ee ecco perché la nuova religione che nasce nella Silicon Valley per mano di un pugno di nerd arricchitisi sulle prime startup tecnologiche, e che si formano su testi molto controversi, merita adesso tutta la nostra attenzione. Non c’è più tempo per sottovalutarla.

In questo vasto ecosistema, i teorici del tecno capitalismo – da Land a Peter Thiel, Curtis Yarvin, Alex Karp – hanno fornito un lessico e una grammatica al potere delle piattaforme. Thiel, cofondatore di PayPal e finanziatore di Palantir e Anduril, è uno degli architetti di un capitalismo digitale che non ha più bisogno di regole né di concorrenza vera, ma di zone franche in cui sperimentare nuove forme di controllo e sorveglianza. Un Leviatano cui affidare la gestione delle cose terrene. Curtis Yarvin, blogger neoreazionario, ha da parte sua teorizzato apertamente l’inadeguatezza della democrazia e la necessità di un modello di “corporazione sovrana”: un potere concentrato su pochi, tecnicamente efficiente, che parla la lingua meccanica delle startup e sogna l’ordine dei vecchi imperi. Non a caso non parla di presidenti o premier, ma di monarchi/ceo alla guida di stati sovrani. Alex Karp, alla guida di Palantir, incarna invece la versione operativa di questo immaginario: software di sorveglianza, analisi predittiva, infrastrutture digitali che si insinuano nei gangli degli Stati e delle guerre contemporanee. Mentre in mezzo, troviamo una costellazione di investitori e ideologi che vedono nell’AI non uno strumento da regolare, ma una forza quasi naturale da lasciar correre, libera di esprimersi per conto suo.

No, non è più il momento di rimandare il giudizio. Perché il sistema che questi signori tecno-capitalisti hanno ormai impiantato sulla terra è molto più pervasivo di quanto sembri, e sulla scorta dell’allarme che questo stesso sistema sta generando, dovremmo – ciascuno di noi e, in primis, la politica – avere ben chiari i rischi di lasciare mani libere, senza regole, a questi nuovi Signori della Terra, freddi e senza scrupoli, per le sorti dell’umanità.

Per anni abbiamo – a ragione – liquidato, parlando di complottismo e deridendo le narrazioni da forum notturno che avevano per protagonisti i terrapiattisti, i no vax, i rettiliani. Ebbene, qui non c’è nulla di tutto questo. Quello che sta succedendo ora, esiste e accade in piena luce, non nella tana del Bianconiglio. La tecnologia è cioè sul punto di sostituire l’uomo e i suoi errori, l’uomo e le sue scelte: non solo di indirizzare gusto, pensiero, etica e morale, ma con il rischio ultimo di svuotare l’uomo dell’unica differenza che lo distingua da ogni altro essere sulla terra: la sua anima, che è intelletto, interiorità, capacità di contraddirsi e di cambiare idea.

Ecco perché la notizia di un riavvicinamento alla religione cattolica, in questi tempi bui, fa pensare. Da un lato potrebbe essere la risposta dell’uomo impaurito di fronte a tutto ciò: un tentativo di tornare a un luogo in cui il senso non viene né calcolato né deciso da un algoritmo. Dall’altro, la religione – per certi aspetti di fanatismo intrinseco, per la sua struttura gerarchica, per la sua capacità di mobilitare identità – potrebbe paradossalmente diventare uno dei mezzi privilegiati per veicolare le nuove narrazioni: la versione ripulita, moralizzata, del nuovo mondo in dipendenza dalle macchine.

È qui che il cerchio si chiude: la metafisica che ritorna non è solo quella di Aristotele o dei Padri della Chiesa, ma quella di una nuova teologia politica delle piattaforme, che usa il linguaggio della salvezza per parlare di efficienza e del linguaggio dell’anima per parlare di dati.

E al centro di questo intreccio potrebbe emergere una figura politica ben riconoscibile: adulto convertito al cattolicesimo, portamento rigido, austero, carisma quasi messianico. Un profilo che rimanda a più di un protagonista della scena americana, ma che oggi converge soprattutto su JD Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti e numero due dell’amministrazione Trump.

Per tutto quello di cui abbiamo argomentato, non si finisce mai di ripetere che il mondo ha bisogno, prima di ieri, di regole certe sull’utilizzo dell’AI, a tutela dell’uomo stesso, e della sua sopravvivenza; anche a scapito di frenare i flussi delle big tech e di azzoppare la crescita dell’economia dei bilanci degli stati. Perché se è vero che l’uomo, oggi, torna a cercare Dio, è altrettanto vero che qualcuno sta già lavorando perché, quando lo troverà, abbia probabilmente la forma di una macchina veloce e dinamica. Ma senza più né cuore né anima.

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