L’installazione Lessici familiari – Stereotipi ad ogni latitudine, curata dal Centro antiviolenza Cerchi d’acqua s.c.a.r.l. Onlus, rientra tra le attività promosse dal Comitato pari opportunità presso il Consiglio giudiziario di Palermo. Inaugurata venerdì 20 marzo nell’aula Livatino del tribunale di Agrigento, si configura non solo come un percorso espositivo, ma come un dispositivo relazionale capace di coinvolgere il corpo e lo sguardo dello spettatore. I 42 pannelli, organizzati in sei aree tematiche, costruiscono un ambiente circolare, quasi una soglia simbolica che invita all’ingresso e, allo stesso tempo, alla presa di posizione.
Al centro, due sedie vuote delimitano un luogo sospeso. Non si tratta di un’assenza, ma di una disponibilità: uno spazio di accoglienza e di possibile dialogo. La circolarità dell’allestimento richiama una dimensione archetipica — cosmologica e materna — in cui il cerchio diventa forma di protezione, ma anche apertura alla parola. In questo senso, il vuoto delle sedie non è silenzio imposto, bensì possibilità di parola condivisa, di racconto che rompe l’isolamento.
Le immagini sui pannelli, concepite come manifesti, lavorano su un linguaggio visivo diretto e perturbante. Figure femminili segnate da elementi di costrizione — la bocca cucita accompagnata dalla scritta “La plus belle est le silence”, o il volto attraversato da una collana di perle che diventa vincolo — restituiscono con immediatezza la violenza simbolica inscritta nel linguaggio quotidiano. Qui la parola negata o deformata si traduce in immagine, rendendo visibile ciò che spesso resta implicito: la costruzione culturale della subordinazione.


Un filo rosso, sospeso e interconnesso, attraversa lo spazio creando una trama di relazioni. Questo elemento introduce una dimensione ulteriore: quella della connessione tra esperienze, geografie e narrazioni — le “latitudini” richiamate dal titolo. Il filo non divide, ma lega, suggerendo una continuità tra le diverse forme di stereotipo e discriminazione.
Si può leggere un’eco del lavoro di Maria Lai, che ha fatto del filo una metafora potente di relazione e cura. Come nella sua opera “Legarsi alla montagna”, in cui un intero paese veniva simbolicamente unito attraverso un nastro azzurro lungo 27 chilometri, anche qui il filo diventa strumento di connessione e possibilità di ricucitura. Mentre in Lai il gesto tende alla riconciliazione, nell’installazione il filo rosso mantiene una tensione ambigua: è insieme legame e segnale di una ferita ancora aperta.



L’allestimento, a cura di Alessandra Bruccoleri e Silvia Forese, riesce a tradurre in forma spaziale e visiva il nodo centrale dell’iniziativa: il linguaggio come luogo di costruzione della realtà sociale. Non si limita a denunciare la violenza delle parole, ma costruisce un ambiente in cui lo spettatore è chiamato a prendere parte, a occupare — anche solo mentalmente — quelle due sedie vuote, assumendo la responsabilità di un possibile cambiamento.
Gianna Panicola
Storica e critica d’arte, curatrice indipendente. Docente di Storia dell’Arte