Di fronte all’abisso in cui ci siamo affacciati negli ultimi giorni servirebbero stomaci forti e una disciplina interiore degna del miglior karma orientale. Perché il mosaico che prende forma ora dopo ora, con i file Epstein, non è solo un catalogo dell’orrore: sembra superare la linea della moralità, le colonne dell’etica. Omicidi a sfondo sessuale, stupri, pedofilia, traffico di minorenni. E, come se non bastasse, tentativi di interferenza politica. Il tutto con un cast che pare scritto da un autore con un debole per un horror grottesco: finanzieri, miliardari, amministratori, politici, professionisti e figure pubbliche sparse per il globo.
Ci sono anche i nomi. Così tanti da provocare un capogiro, e soprattutto così pesanti da far pensare che una parte del potere degli ultimi decenni abbia orbitato – senza ritegno – attorno al marcio più abietto: da Bill Clinton a Donald Trump, da Bill Gates al principe Andrea, da Peter Mandelson – fino a ieri figura chiave accanto a Starmer – fino a Melania Trump. Solo per citare i più grandi forse. E l’elenco prosegue, interminabile, come una fila al casello in pieno agosto.
Possibile che sia tutto un gigantesco equivoco? Possibile che, dopo aver passato in rassegna profili di criminalità, ci si possa fermare a questo stadio di incertezza? Come se stessimo assistendo all’ennesimo capitolo tra complottisti e anticomplottisti, terrapiattisti e rettiliani ? No. Forse sono maturi i tempi per smettere di fingere stupore e distribuire scetticismo o, peggio, rassegnazione. E, per una volta, concentrarci sul dato di fatto.
Il materiale ruota attorno a Jeffrey Epstein, il finanziere criminale suicida in carcere nel 2019. Un uomo che catalogava tutto e tutti via email, come se la vita fosse un archivio da usare all’occorrenza per manipolare, intimidire, minacciare e ricattare. Una sorta di scrupoloso amanuense dei nostri tempi, con il vizio abietto e criminale della pedofilia. Per anni ha teso le reti ai suoi compagni di merenda, potenti e milionari, forse per tenerli in pugno. Operazione riuscita solo a metà, vista la fine cruenta cui è andato incontro.
Ora, davanti a questa impressionante mole di file, la domanda dell’uomo di strada è semplice: fin dove si spingerà il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti? E le autorità internazionali, quella britannica in primis, come si muoveranno? Non c’è forse il rischio di lasciare tutto appeso, aspettando che le prove si dissolvano come neve al sole? È credibile, invece, che si riesca a mettere insieme – al più presto – una task force capace di distinguere tra un semplice contatto sociale e un reato grave perseguibile per legge? E infine, la più retorica delle domande: possibile che debba risultare sempre maledettamente impossibile indagare quando i nomi coinvolti sono “troppo importanti”?
Ma non c’è solo il versante criminale. C’è anche quello politico‑strategico, persino eversivo. I documenti citano The Movement, il progetto ideologico di Steve Bannon per costruire una rete sovranista internazionale. Epstein, a quanto pare, osservava anche in quella direzione: contatti, tentativi di coinvolgimento, pressioni. Una trama parallela che solleva un’altra domanda: quanto di tutto questo ha sfiorato – o condizionato – gli equilibri democratici europei negli ultimi anni? Con il boom di partiti sovranisti come AfD, Vox, Rassemblement National, Lega, FPÖ e altre destre radicali sparse per il continente.
No. Nessuno qui chiede una caccia alle streghe. Solo un minimo di rigore e trasparenza. E magari un po’ di coraggio. Perché se c’è un momento in cui la giustizia dovrebbe dimostrare di non essere un concetto astratto, è questo. Il momento in cui provare, non per postulato ma con i fatti, che la giustizia è uguale per tutti.
E invece cosa si sente in giro? Il solito mantra rassegnato, amplificato dai media: “Tanto i potenti non pagano mai”. E davvero vogliamo arrenderci così? Quanto sarebbe invece auspicabile che stampa, giornalisti investigativi, associazioni per i diritti civili, società civile pretendessero che la giustizia facesse il proprio corso, anche se ciò richiederà mesi, anni o un miracolo di cooperazione internazionale?
E, per finire, voglio essere fiducioso che anche la magistratura italiana possa avere accesso alla documentazione e approfondire eventuali profili che riguardino cittadini italiani o fatti connessi al nostro territorio. Si tratta di capire, senza distribuire preventivamente patenti di colpevolezza, ma con rigore e senza sconti per nessuno.
È arrivato forse – in Europa come negli Stati Uniti – il momento di tornare ad alzare la voce. Con un conato di indignazione collettiva e globale. Ma adesso servono lucidità e analisi. Serve la capacità di non distogliere lo sguardo.
Se la giustizia esiste ancora, questo è il momento di dimostrarlo. Dal basso. Se non ora, quando?