Trapani Shark estromesso dalla serie A: il sogno spezzato di una città

Gaspare De Blasi

Trapani Shark estromesso dalla serie A: il sogno spezzato di una città

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mercoledì 14 Gennaio 2026 - 07:18

Dall’Europa all’estromissione sono bastati appena tre mesi. Tre mesi per consegnare alle macerie un progetto che sembrava destinato a durare, e che invece si è consumato nel giro di una stagione sotto il peso di penalizzazioni, scontri istituzionali e una gestione diventata giorno dopo giorno ingestibile. La Trapani Shark è stata ufficialmente esclusa dal campionato di Serie A1 di basket: una decisione drastica, maturata al termine di un vertice tra Federazione e Lega, che chiude l’era di Valerio Antonini nel basket italiano e apre ora una lunga e complessa fase giudiziaria davanti alla giustizia civile, unico terreno sul quale l’imprenditore romano ha annunciato di voler continuare la battaglia. La società è stata anche condannata ad una sanzione pecuniaria da 600.000 euro

L’ascesa: amore, ambizione e potere mediatico

L’arrivo di Antonini a Trapani non fu presentato come una semplice operazione imprenditoriale. Fu raccontato, e in parte vissuto, come una scelta emotiva: “per amore della donna che sarebbe diventata sua moglie”, disse più volte. Per amore della sua Ambra, nata e cresciuta in città, Antonini compra prima il Trapani Calcio, rilevato e rilanciato dalle categorie dilettantistiche fino al professionismo; poi il basket, con l’acquisizione del titolo sportivo di Stella Azzurra Roma e la nascita della Trapani Shark, marchio aggressivo, identitario, pensato per rompere con il passato.

In meno di due anni arrivarono risultati che a Trapani non si vedevano da decenni: promozione in Serie A, una squadra competitiva, il secondo posto in regular season, la semifinale scudetto e persino l’Europa. Parallelamente, Antonini lanciò anche un progetto politico, il movimento Futuro, ideato come catalizzatore di energie giovanili e come piattaforma civica alternativa ai partiti tradizionali. Il presidio mediatico includeva persino l’acquisizione di Telesud, l’unica tv in città, con un piano di diffusione regionale che andava oltre lo sport per abbracciare questioni sociali e culturali. Il peso pubblico di Antonini cresceva però anche in senso non sempre positivo, diventato protagonista quotidiano della vita cittadina attraverso dirette social continue, spesso notturne, infuocate, senza filtri. Denunce, accuse, repliche, attacchi frontali: il presidente parlava direttamente al “popolo”, scavalcando media, istituzioni e interlocutori ufficiali. La città, inizialmente grata e affascinata, iniziò lentamente a spaccarsi.

Lo scontro con il sistema e con il Comune

Il punto di rottura non fu solo sportivo. Uno dei nodi centrali della vicenda è lo scontro durissimo con l’amministrazione comunale per la gestione del palazzetto: Pala Shark o Pala Daidone, a seconda delle versioni e delle intestazioni. La trasformazione della società da dilettantistica a professionistica, necessaria per la Serie A, innescò una battaglia giuridico-amministrativa sulla concessione dell’impianto. Antonini parlò apertamente di sabotaggio politico, di atti ostili e di danni milionari. Il Comune rispose rivendicando il rispetto delle regole e delle procedure. In mezzo, due squadre che avrebbero dovuto allenarsi e giocare, ma che divennero progressivamente ostaggio di una guerra di carte bollate.

Le penalizzazioni: numeri che raccontano il declino

Il crollo sportivo è misurabile nei numeri, prima ancora che nelle immagini.

Basket: meno 10 punti complessivi di penalizzazione in classifica, frutto di irregolarità amministrative contestate dalla FIP; blocco del mercato; inibizioni ripetute al presidente; fino all’esclusione definitiva e all’annullamento di tutte le partite giocate.

Calcio: meno 15 punti inflitti al Trapani Calcio, sempre per vicende legate a contributi e adempimenti economici, che hanno compromesso una stagione già fragile, partita con un meno 8 dello scorso anno, e provocato una fuga progressiva di calciatori e dirigenti. Due mondi diversi, stesso destino: penalizzazioni, contenziosi, perdita di credibilità sportiva.

La caduta: addii, silenzi e una squadra svuotata

Nel basket gli addii furono rapidi e rumorosi: l’allenatore Repesa, il capitano Alibegovic, poi a cascata altri giocatori. La rosa si svuotò, il progetto tecnico collassò. Antonini accusò tutti: Federazione, Lega, Comune, tifoseria organizzata, persino singoli ex amministratori cittadini. Il club parlò di “tempesta perfetta”, di complotto, di persecuzione. Ma intanto la squadra non c’era più.

La nota di colore (amara): la “partita” contro Trento

Il simbolo definitivo del tracollo si è consumato sabato sera al Pala Shark, contro la Dolomiti Energia Trento. Una scena che ha fatto il giro d’Europa. In campo non una squadra di Serie A, ma cinque giovanissimi tesserati, alcuni minorenni, mandati allo sbaraglio per una ragione precisa: non autoeliminarsi. Antonini lo aveva spiegato senza giri di parole: non presentarsi per due volte consecutive avrebbe comportato l’esclusione automatica per responsabilità della società. Scendere in campo, anche così, significava invece farsi escludere dalla Federazione, aumentando – nella sua strategia – il peso dei danni da chiedere in sede civile. Quei ragazzi entrarono sul parquet con magliette rattoppate con lo scotch, usato per coprire i nomi dei giocatori andati via. Giocarono 4 minuti e 11 secondi. L’allenatore di Trento, Massimo Cancellieri, li abbracciò uno per uno. Il pubblico, circa 1500 persone su oltre 5000 abbonati, non era lì per tifare: era lì per testimoniare. Lacrime, silenzio, dignità. Una partita che non è stata basket, ma che resterà come una delle immagini più crude e umane viste su un parquet italiano.

Antonini oggi: resta Trapani, ma senza sport

Oggi Valerio Antonini dice che resterà a Trapani, ma che non investirà più nello sport. Un monito, quasi un avvertimento ad altri imprenditori. La sua parabola – rapidissima – resta impressa: ascesa vertiginosa, centralità assoluta, controllo del racconto pubblico, poi una caduta altrettanto verticale, consumata tra dirette social quotidiane, scontri frontali e isolamento progressivo. Ora resta l’attesa della giustizia civile. Tribunali ordinari, risarcimenti richiesti, titoli sportivi reclamati. La giustizia sportiva, per Antonini, è una “farsa”. Quella ordinaria dovrà dire se questa storia è stata solo il frutto di una gestione fuori controllo o anche il risultato di un sistema incapace di governare un progetto tanto ambizioso quanto fragile.

Trapani, intanto, resta senza basket di vertice e con un calcio ferito. E con una certezza amara: quando lo sport diventa guerra, a perdere non sono mai solo i presidenti o le federazioni, ma le città intere.

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