C’è un valore profondo nell’amare la propria terra. Significa proteggerla, custodirla, rispettarne ogni aspetto: dalle bellezze naturali al patrimonio umano, dalla cultura alla fauna che la popola. Nei mesi scorsi il Comune di Petrosino si è fatto portavoce a livello provinciale, di una campagna di sensibilizzazione contro l’abbandono degli animali e a favore della loro adozione responsabile, ricordando ai cittadini l’obbligo di registrare i propri cani all’anagrafe canina nazionale. Un gesto utile per contrastare il fenomeno del randagismo che nel Sud Italia assume ancora contorni emergenziali. Eppure c’è una realtà che non funziona per nulla sul fronte del randagismo e dell’abbandono di cani (o gatti). La testimonianza di Gino Andorlini e Carla Caruso, due turisti milanesi in vacanza, racconta una triste vicenda che è accaduta ai due tra Mazara del Vallo e Marsala. Nel tentativo di salvare un cane randagio incontrato lungo la strada, la coppia ha vissuto un’odissea assurda. Dopo aver evitato l’impatto con l’animale, hanno deciso di caricarlo in auto e portarlo al canile più vicino. Un gesto di umanità che ha innescato, incredibilmente, un incubo burocratico e psicologico: rimpalli di competenze tra i due comuni, accuse di abbandono, telefonate chiuse in faccia, minacce di denuncia.
L’animale è stato respinto dai canili e dalle autorità municipali, che anziché riconoscere la buona fede dei turisti, li hanno trattati come trasgressori. È servita la mediazione di volontari e associazioni animaliste per trovare una soluzione. Troppo tardi, però, per cancellare l’amarezza lasciata da questo episodio. “Voler bene a un territorio significa anche rispettarne la flora e la fauna, quindi anche i randagi”, hanno scritto i due turisti in una lettera amara. “Trovarci di fronte a tanta cattiveria ci ha fatto avere una brutta percezione della gente siciliana, rovinandoci, probabilmente per sempre, il gusto di trascorrere il nostro tempo libero qui da voi”. Parole dure e che dobbiamo avere il coraggio di ascoltare senza nasconderci dietro l’orgoglio ferito. Perché il punto non è la Sicilia in sé, né la sua gente nel complesso, ma una parte di noi, quella che si ostina a ignorare, minimizzare, rimandare. Quella che, purtroppo, è ancora più interessata a evitare responsabilità che a cercare soluzioni. Il randagismo non è solo una questione animalista.
È un problema di salute pubblica, di sicurezza, di dignità. Ma è anche e soprattutto una cartina di tornasole del nostro senso civico. Di come trattiamo i più deboli. Di quanto siamo disposti a “spendere” in tempo, risorse, attenzione, per fare ciò che è giusto. Serve che i Comuni collaborino, che i canili siano strutture funzionanti e non scatole vuote, che la Polizia Municipale sia formata e presente con maggiore organico in dotazione. Ci servono lezioni dal Nord o esempi di umanità e umiltà? Speriamo che questa brutta storia diventi almeno un insegnamento per accendere una coscienza collettiva.