Processo “Eden 1”, Vincenzo Torino si avvale della facoltà di non rispondere

Chiara Putaggio

Processo “Eden 1”, Vincenzo Torino si avvale della facoltà di non rispondere

Condividi su:

martedì 09 Dicembre 2014 - 19:10

L’uomo è alla sbarra per intestazione fittizia di beni. In aula poi hanno deposto tre testi di difesa
Vincenzo Torino, imputato per intestazione fittizia di beni del processo scaturito dall’operazione antimafia “Eden 1”, chiamato a testimoniare innanzi al Tribunale collegiale presieduto dal giudice Gioacchino Natoli, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’uomo, assistito dall’avvocato Pantaleo ha però ricordato di aver fatto dichiarazioni in passato. “Si tratta di un memoriale”, ha precisato il pm della DdA Carlo Marzella con il consenso delle parti, sono state acquisite agli atti le dichiarazioni rese al Gip di Salerno (16 dic 2013) disponendo che le stesse vengano acquisite in originale. Il primo teste ad essere ascoltato, indicato nella lista dei difensori è stato Giuseppe La Cascia, fratello di Girolama La Cascia, ritenuta parte lesa, ma alla sbarra per false dichiarazioni. “Conosco la signorina Bonagiuso (anziana possidente di Castelvetrano n.d.r) – ha detto rispondendo all’Avvocato Ignazio Cardinale – la chiamavamo zia Caterina, da sempre perché mio padre curava i terreni di suo padre. Nei periodi delle raccolte delle olive eravamo sempre con lei e con la madre. L’1 gennaio 2011 ha mangiato a casa mia e mia sorella mi accennò che la zia Caterina le aveva detto di lasciare soldi alla figlioccia, Messina Denaro. Io dissi che avrebbe dovuto farlo lei, cioè la zia, visto che i soldi erano i suoi. Poi, dopo la morte di zia Caterina, quando siamo andati dal notaio per il testamento, mia sorella mi disse che doveva fare quella cosa per scrupolo di coscienza. Io le consigliai di rivolgersi ad un avvocato”. Dopo a rivolgere le domande al teste è stato l’avvocato Messina, difensore di Girolama La Cascia. “Io andavo ogni tanto dalla zia Caterina, a farle visita, anche con la mia famiglia. Nel settembre 2010 cominciò a stare poco bene e iniziammo ad occuparcene. Ce ne occupavamo: io, mia sorella, la signora Campagna, la signora Mangialomini. Dal 2007 sn pensionato (ex impiegato Enel) e mi sono occupato dei terreni della Bonagiuso. Io ci andavo quasi tutti i pomeriggi a farle compagnia. Parlavamo. Lei aveva una tonalità bassa da sempre, ma fino a gennaio si capiva cosa voleva dire. Fino al 15, 20 gennaio. Mia sorella mi disse che doveva dare dei soldi a Patrizia Messina denaro, ma non sapevo quanto. Pensavo 5 o 10mila euro. Ho saputo dell’entità della cifra solo dai giornali. Non ho mai visto Patrizia Messina denaro a casa della zia Caterina, poi, forse, l’ho vista ai funerali. Sapevo che era sua figlioccia perché la zia ne parlava sempre, dei suoi venti figliocci. Quando mia sorella a capodanno mi disse della richiesta della zia di dare soldi a Patrizia Messina Denaro ha parlato dissi: “ma la zia non è viva? Perché non li dà lei”. Dopo, ad aprile, quando andammo dal notaio, me ne riparlò. Le consigliai di rivolgersi ad un avvocato. Lei mi disse che andò dal notaio che le disse di lasciare traccia. Lei diede un assegno davanti alla banca. Mai saputo di richieste fatte dal Anna Patrizia in merito all’eredità”. Il pM Marzella, ha chiesto al teste se lui sapesse di chi è sorella Patrizia Messina Denaro e “Di Matteo”, ha risposto. “E sa chi è”, ha continuato il pm. “So dai giornali che è un capomafia”. All’avvocato Giuseppe Gandolfo, legale dell’associazione antimafie “Paolo Borsellino” ha risposto. “Non so se la Bonagiuso voleva lasciare denaro agli altri 19 figliocce”.  Maria Caterina Lentini, responsabile dal 2004 dell’agenzia di Castelvetrano del Credito Siciliano è stata la seconda teste della giornata: “Conosco Vincenzo Panicola (il marito di Anna Patrizia Messina Denaro, ndr) perché aveva al Credito Siciliano un conto corrente con un fido di 5 mila euro. il fido è stato utilizzato e il denaro non restituito. Per questo la pratica è stata trasmessa alla segreteria dell’ufficio legale della banca”. La teste ha detto anche che Panicola aveva un altro conto corrente, come amministratore di una società di pulizie, con un fido, di circa 10 mila euro. Anche in questo caso avrebbe dovuto restituire il denaro alla banca, ma anche in questo caso l’esposizione non è stata saldata. Michele Cimarosa, figlio di Lorenzo, è stato indicato come teste dell’avvocato Guttadauro: “Conosco Francesco Guttadauro – ha detto – . Tra noi c’era rapporto di amicizia. Sono stato testimone alle sue nozze. Le nostre madri, inoltre, sono cugine di sangue. Dopo che mio padre ha iniziato a collaborare  si sono interrotti i nostri rapporti con i Guttadauro, i Messina Denaro e mio zio Giovanni Filardo”.

Condividi su:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Commenta