Foto della manifestazione nel capoluogo regionale. Da Facebook: USB Scuola PalermoSciopero generale del 30 ottobre,...
Fino a 817 milioni di euro di perdita diretta e un impatto complessivo che potrebbe arrivare a circa un miliardo considerando anche gli effetti indiretti. È la stima dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha elaborato un report sui costi economici dello sciopero nazionale indetto da alcune sigle sindacali autonome per ieri venerdì 30 ottobre.
In attesa dei dati ufficiali sull’adesione dei lavoratori, l’analisi prende in considerazione uno scenario con una partecipazione pari al 20%. In questa ipotesi, l’astensione dal lavoro avrebbe comportato un costo significativo per il sistema economico italiano, con ripercussioni su imprese, servizi pubblici e cittadini.
Sciopero, gli effetti economici su imprese e cittadini
Diritto fondamentale sancito dall’articolo 40 della Costituzione e strumento legittimo di rivendicazione per i lavoratori, le cui conseguenze generate sul sistema Paese sono state analizzate dall’Ufficio studi.
A sostenere il primo costo sono gli stessi lavoratori che decidono di aderire: la giornata di astensione comporta infatti la perdita della retribuzione, pari indicativamente a un ventesimo dello stipendio mensile. Inoltre, secondo quanto evidenziato dalla Cgia, nella maggior parte dei contratti collettivi nazionali di lavoro durante la giornata di sciopero non matura la quota di tredicesima.
Le conseguenze, tuttavia, si estendono ben oltre le buste paga. Le imprese, soprattutto quelle pubbliche, subiscono una riduzione della produttività, mentre il minor numero di ore lavorate può tradursi in un calo delle entrate fiscali e contributive.
Tra gli effetti indiretti c’è anche quello legato all’annuncio dello sciopero. La possibilità di disservizi può spingere molti cittadini a rinunciare preventivamente agli spostamenti, anche quando i mezzi pubblici garantiscono comunque il servizio. Una situazione che si ripercuote sulla mobilità e sulle attività economiche.
Trasporti, sanità e scuola: le conseguenze dei disservizi
Particolare attenzione viene riservata ai servizi essenziali. Nel settore salute, il Servizio sanitario nazionale eroga ogni giorno circa 2,5 milioni di prestazioni. Le interruzioni possono comportare costi per la riprogrammazione delle visite e un allungamento delle liste d’attesa, con conseguenze soprattutto per i pazienti più fragili.
Anche il trasporto delle merci può subire rallentamenti, con treni merci che circolano in modo discontinuo e porti e interporti costretti a ridurre o sospendere le attività. Il risultato è il blocco temporaneo dei container e il rinvio degli approvvigionamenti, con possibili ripercussioni sulle filiere produttive.
Sul fronte scolastico, la chiusura o la mancata operatività delle scuole dell’infanzia e dell’obbligo può costringere molti genitori a chiedere permessi dal lavoro per occuparsi dei figli. Quando invece il trasporto pubblico non è disponibile, i dipendenti delle aziende private devono spesso ricorrere all’automobile, sostenendo direttamente le spese per carburante, parcheggi e pedaggi autostradali.
Si evidenza una distinzione importante: non tutte le attività interrotte durante uno sciopero rappresentano una perdita economica definitiva. Molte prestazioni sanitarie vengono riprogrammate, alcune produzioni recuperate nei giorni successivi e le merci trasportate con qualche giorno di ritardo. Il mancato valore prodotto in una giornata, quindi, non coincide necessariamente con una perdita permanente per l’economia.
Quanto costa lo sciopero in Italia: la stima per regioni
Il valore aggiunto giornaliero dell’economia italiana nel 2026 dovrebbe attestarsi intorno ai 5,6 miliardi di euro.
Ipotizzando un’adesione allo sciopero del 20% dei lavoratori dipendenti, il costo diretto per il sistema Paese potrebbe raggiungere gli 817 milioni di euro. A questa cifra andrebbero aggiunti gli effetti indiretti, che porterebbero la perdita complessiva a circa un miliardo.
Le conseguenze economiche maggiori, secondo la simulazione, si concentrerebbero nelle regioni con una maggiore presenza di attività industriali e produttive. In cima alla graduatoria si trova la Lombardia, con un costo stimato di 193,6 milioni di euro.
Seguono il Lazio, con 94,3 milioni, il Veneto con 75,3 milioni, l’Emilia-Romagna con 74,6 milioni e il Piemonte con 60,2 milioni di euro. Si tratta di stime elaborate ipotizzando lo stesso tasso di adesione del 20% in tutte le regioni, non di perdite effettivamente rilevate.
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