Rifugio Sapienza, foto di Richard Allaway su Flickr“Mount Etna - Rifugio Sapienza” di Richard Allaway,...
Continuano le indagini sulla fuga di monossido di carbonio al Rifugio Sapienza che ha provocato l’intossicazione nella notte tra domenica e lunedì (20 e 21 settembre) di 32 ospiti e sei dipendenti della storica struttura in quota sull’Etna. L’inchiesta anzi, si allaga.
Nei giorni scorsi la morte di un ospite, i magistrati cercano legami
I magistrati cercano possibile legame con decesso nei giorni precedenti di un ospite e verificare se sia “casualmente riconducibile all’esposizione allo stesso gas”. Vogliono, inoltre, “individuare l’origine della dispersione del monossido di carbonio all’interno della struttura”.
Disposto l’autopsia e il sequestro della struttura
L’ultimo riferimento è alla morte, lo scorso 16 settembre, di un turista di 66 anni originario di Singapore. L’esame medico legale aveva escluso la morte violenta, ora il procuratore Francesco Curcio, l’aggiunto Fabio Scavone e la sostituta Chiara Milazzo, hanno disposto “il sequestro probatorio dell’intera struttura ricettiva” per “consentire l’ulteriore approfondimento degli accertamenti, verificare lo stato e la funzionalità degli impianti e determinare con esattezza le cause dell’accaduto”. Disposta l’autopsia sul turista deceduto.
Il salvataggio dei tre intossicati gravi
L’intervento d’emergenza ha salvato la vita alle tre persone colpite da una grave intossicazione da monossido di carbonio dopo la fuga di gas al Rifugio Sapienza che ha richiesto lo sgombero della struttura nella nota località dell’Etna e il ricovero in ospedale.
Savino Borraccino, primario del reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale Cannizzaro di Catania, ha spiegato la procedura che ha strappato alla morte gli intossicati confermando l’esito favorevole delle procedure in camera iperbarica.
“Il servizio di camera iperbarica ha garantito la tempestiva presa in carico dei pazienti con intossicazione da monossido di carbonio – ha spiegato il primario – abbiamo registrato tre casi particolarmente severi e l’erogazione del trattamento iperbarico si è resa necessaria poiché presentavano valori superiori al 40% di carbossiemoglobina associati a sintomi clinici”.
Il medico ha inoltre spiegato anche i criteri adottati per valutare le altre persone esposte al gas: “Gli altri pazienti non avevano un valore di carbossiemoglobina superiore al 5% e non presentavano alcuna sintomatologia; per questa ragione non è stato necessario il trattamento con ossigeno iperbarico”.
Per i tre intossicati in condizioni critiche, l’équipe di anestesia e rianimazione ha attivato un protocollo immediato e rigoroso.
“Nei pazienti sottoposti all’ossigenoterapia iperbarica abbiamo ottenuto un completo ripristino delle condizioni cliniche – ha dichiarato il primario –. Si è trattato di un intervento specifico a 18 metri di profondità equivalente, articolato in tre sedute della durata di circa 30 minuti ciascuna. I pazienti, al termine, sono stati trasferiti in pronto soccorso per un ulteriore monitoraggio cardiologico”.
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