Un ddl impegna gli operatori sanitari eletti a lasciare il lavoro. Il deputato: “Errore di trascrizione”

Simone Olivelli

Un ddl impegna gli operatori sanitari eletti a lasciare il lavoro. Il deputato: “Errore di trascrizione”

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Simone Olivelli |
mercoledì 06 maggio 2026 - 11:55
Un ddl impegna gli operatori sanitari eletti a lasciare il lavoro. Il deputato: “Errore di trascrizione”

Foto di Saverio De Giglio, da ImagoeconomicaSchede elettorali - elezioni - Imagoeconomica Quello tra politica...

Quello tra politica e sanità è un connubio che, specialmente in Sicilia, ha fatto sempre discutere. La politica tramite il controllo della sanità esercita, spesso ai limiti della liceità, un potere che si riverbera anche in termini di consolidamento del consenso. Allo stesso tempo chi nella sanità ci lavora ha spesso nel settore un bacino da cui pescare voti. Storie, da questo punto di vista, non ne mancano.

All’Ars però risulta essere stata presentata una proposta destinata a far discutere, non fosse altro che nella forma in cui è stata caricata sul portale dell’Assemblea regionale siciliana sembrerebbe imporre agli operatori sanitari una scelta fortissima: la politica o il posto di lavoro. A sottoscrivere il ddl è stato il deputato regionale e leader di Controcorrente, Ismaele La Vardera. Tuttavia, il diretto interessato al Quotidiano di Sicilia afferma che si è trattato di un errore da parte di chi materialmente ha trascritto il testo. “Chiederò venga corretto, perché altrimenti sarebbe palesemente incostituzionale”, commenta.

Cosa prevede il ddl operatori sanitari

“Il presente disegno di legge interviene in materia di eleggibilità alle cariche elettive negli enti territoriali della Regione Siciliana, introducendo specifiche disposizioni riguardanti gli operatori sanitari”. Inizia così la relazione illustrativa del ddl depositato da La Vardera a fine aprile e al momento assegnato alla Prima commissione.

Con l’espressione operatori sanitari vengono individuati “i dipendenti, a qualsiasi titolo, del Servizio sanitario regionale”, i medici “convenzionati con il Servizio sanitario nazionale operanti nel territorio regionale” e poi ancora il personale sanitario impiegato tanto nelle strutture pubbliche quanto in quelle private e convenzionate e i dirigenti sanitari e amministrativi delle aziende sanitarie, ospedaliere e convenzionate. Chiunque di loro, in occasione delle elezioni regionali, provinciali (ormai di secondo livello) e comunali, verrebbe chiamato a una scelta fortissima: scegliere tra politica e lavoro.

L’articolo 4 del ddl, infatti, declina i casi di ineleggibilità e prevede che “gli operatori sanitari non sono eleggibili qualora non abbiano cessato ogni incarico o rapporto di lavoro almeno quattro mesi prima della data di presentazione della candidatura, mediante collocamento in aspettativa non retribuita”. Attualmente l’aspettativa per il personale sanitario è concessa dalla legge un mese prima.

L’errore nel testo

La parte più impegnativa arriva però subito dopo. Nel caso di scrutinio vittorioso, infatti, il disegno di legge sembra prevedere che gli operatori sanitari eletti siano “tenuti a rassegnare le dimissioni ovvero a risolvere il contratto di lavoro”. In altri termini, una clausola così vincolante farebbe sì che un medico o un infermiere, al momento della candidatura, dovrebbe mettere in considerazione un cambio drastico di vita in caso di successo. Da un lato incrocerebbe le dita sperando di vedere premiati gli sforzi della campagna elettorale, da un altro proiettandosi nel futuro dovrebbe immaginarsi o “politico di professione” o futuro disoccupato.

Finito il mandato da deputato regionale, da sindaco o anche solo da consigliere comunale, infatti, non sembrerebbe esserci possibilità di ritorno al posto di lavoro precedente.

“Si tratta chiaramente di un errore materiale nella stesura del testo. In alcun modo ho mai pensato di impegnare un cittadino che lavora dentro la sanità a una scelta che sarebbe insensata – spiega La Vardera a questa testata –. Il disegno di legge nasce invece dalla volontà di introdurre un freno a un fenomeno che purtroppo accade spesso: operatori sanitari che si candidano su richiesta insistente dei politici di riferimento. Introducendo l’aspettativa già nei mesi precedenti alla candidatura, invece, si interviene nel tenere separati la professione dall’impegno elettorale. Ovviamente, se eletti, avranno tutto il diritto di tornare sul posto di lavoro”.

Conflitti di interesse nel mirino

A sostegno della proposta, La Vardera spiega che “l’iniziativa normativa nasce dall’esigenza di rafforzare i principi di imparzialità, buon andamento e trasparenza dell’azione amministrativa, in coerenza con i principi costituzionali e con l’ordinamento vigente in materia di accesso alle cariche pubbliche”.

Il leader di Controcorrente chiarisce che l’obiettivo è quello di “prevenire possibili situazioni di conflitto di interesse che potrebbero derivare dalla contemporanea titolarità di incarichi nell’ambito del sistema sanitario e dalla partecipazione alla competizione elettorale per cariche pubbliche territoriali”. Affermazione che poggia sulla considerazione che “il settore sanitario riveste un ruolo particolarmente delicato, sia per la rilevanza dei servizi erogati alla collettività sia per la gestione di risorse pubbliche significative” e sul convincimento che “la permanenza in servizio di operatori sanitari durante la fase di candidatura potrebbe determinare, anche solo in via potenziale, interferenze tra l’esercizio delle funzioni professionali e l’attività politico-amministrativa, nonché condizioni di vantaggio competitivo rispetto ad altri candidati”.

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Fonte: QdS.it