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Sanremo 2026 analisi: la vittoria di Sal Da Vinci e il senso di un Festival “a binario unico”

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domenica 01 marzo 2026 - 12:28

Sanremo 2026 analisi

Sanremo – Sanremo 2026 è finito da poco e, quando è arrivato l’annuncio del vincitore, erano passate le 2:10. Ha vinto Sal Da Vinci con “Per sempre sì”. Una vittoria che, per come l’ho vissuta e per come l’ho capita, non è soltanto musica: è anche una fotografia dell’Italia di oggi. Al televoto, infatti, aveva spinto forte Sayf. Poi sono arrivate le giurie e hanno premiato Sal Da Vinci. E già qui, per me, si apre un mondo. Perché dopo le vittorie di Marco Mengoni, Angelina Mango e Olly, sembrava che il Festival avesse imboccato una strada più contemporanea, più europea, più moderna. Quest’anno, invece, si è scelto altro. Una melodia antica, un passo indietro, un ritorno a un immaginario rassicurante. Un ritorno alla nostalgia, più che alla sperimentazione. Non lo scrivo per fare polemica. Lo scrivo perché questa Sanremo 2026 mi ha lasciato addosso la sensazione di un Paese che fatica a spingere avanti, che preferisce il “già sentito” perché consola, e che non sempre premia chi rischia.
E, nonostante tutto, dentro questo quadro c’è un nome che per me resta luminoso. Viva Sayf. Ci sono artisti che arrivano piano, e poi all’improvviso arrivano al cuore di tutti. Con “Tu mi piaci tanto” è successo. Io Sanremo lo guardo sempre in compagnia. Ieri eravamo quasi venti persone: ragazzi, adulti, e mia mamma di 78 anni. Quando ha cantato Sayf è accaduta una cosa rara: è piaciuto a tutti, senza discussioni, senza “eh però”. Primo posto nella nostra classifica “di famiglia e amici”. E poi quel momento con la mamma: non era televisione, non era calcolo. Era amore puro. Si vede negli occhi quando un ragazzo è sincero. E Sayf aveva gli occhi lucidi di chi sta vivendo un sogno vero. Secondo posto, sì. Ma per me è anche la posizione più bella quando tutto è nuovo: ti lascia fame, ti lascia futuro, ti lascia strada davanti.

Un Festival nato già “condannato” dal circoletto

Il circoletto ha sentenziato: “Sanremo 2026 è un flop”. Il problema è che lo aveva sentenziato mesi prima che iniziasse. Era già partita la nostalgia preventiva: “Ah, il Festival di Amadeus…”. E Carlo Conti, piaccia o non piaccia, è partito col vento contrario. Nel racconto che si è imposto, c’è pure l’idea che i discografici gli abbiano voltato le spalle.
Da questa percezione nasce il primo tema: un Festival che sembra nato sotto una cattiva stella, con un cast percepito come debole e composto in larga parte da artisti non radicatissimi nel mainstream. E quando un Festival nasce così, il rischio è evidente: se il pubblico non riconosce il “peso” dei nomi, allora deve essere la serata a diventare irresistibile.

Conduzione monocorde e autorato conservato

Il secondo tema, conseguenza del primo, è la conduzione. Da anni il Festival soffre spesso conduzioni monocorde, ingabbiate tra creatività latitante e improvvisazione minima. E questo pesa ancora di più quando ti ritrovi con un cast che non trascina da solo.
In questa edizione, la sensazione dominante è stata quella di un evento “in sicurezza”, con un’autorìa conservata “sotto naftalina”. Il risultato è un Festival “a binario unico”: senza deviazioni, senza rischio, senza il brivido di una sorpresa costruita bene. E se il paesaggio attorno non ti rapisce, il viaggio diventa lungo anche quando corre veloce.

Sanremo 2026 analisi: Conti tra limiti e mestiere

Eppure, alla fine, Carlo Conti ha dovuto fare i Conti con i propri limiti, venuti fuori in modo evidente, ma se l’è cavata più che bene. I brani in gara, ascolto dopo ascolto, hanno conquistato consensi. I comprimari sono stati gradevoli. E una co-conduttrice come Laura Pausini è stata interessante: il guizzo era suo, ma a tratti sembrava quasi represso, come per timore di urtare una cornice troppo rigida.
Il punto, però, resta: un Festival può reggersi sul mestiere, ma per diventare memorabile ha bisogno di scarti, di imprevisti, di scelte artistiche che spiazzano. Qui, spesso, lo spiazzamento è mancato.

La serata finale: un avvio “civile” e un Festival che guarda il mondo

La finale è partita con un tono diverso dal solito, con una riflessione “alla luce di ciò che sta accadendo nel mondo”, con riferimento alla situazione in Iran e un richiamo ai bambini coinvolti nelle zone di guerra. È un inizio che mette subito una cornice: stiamo festeggiando, ma fuori c’è altro. È una contraddizione vera, non finta, e in alcuni passaggi l’Ariston l’ha sentita.
Poi, subito, la gara. Con il meccanismo noto: Televoto, Sala Stampa Tv e Web, Radio. E da lì, la lunga cavalcata dei 30 Big, con momenti di musica, parentesi comiche e ospiti.

I momenti di spettacolo: Frassica, Bocelli, Pooh

La comicità surreale di Nino Frassica è stata una delle componenti più riconoscibili della serata. Ha giocato con regole “inventate”, biografie improbabili, gag che alleggeriscono senza diventare invasive.
Il super ospite Andrea Bocelli è arrivato con un impatto scenico fortissimo e con una risposta di pubblico da grande evento. È stata una delle parentesi più “classiche” e più televisive insieme.
E poi i Pooh, celebrati sul palco esterno, come segno di una tradizione che continua a occupare uno spazio emotivo enorme nella memoria collettiva.

La musica in gara: tra canzoni che crescono e identità diverse

Un elemento va detto: anche quando la prima impressione è tiepida, Sanremo ha una dinamica tutta sua. Ci sono brani che crescono, che si insinuano, che iniziano a funzionare “per ripetizione”, ma anche per esposizione emotiva.
In questa edizione, la sensazione diffusa è che il livello complessivo delle canzoni non fosse altissimo. Però il podio, preso come “fotografia”, ha una sua logica interna: una parte d’Italia vuole la melodia, vuole la riconoscibilità, vuole la canzone che si può cantare subito. Il problema, per me, è stato trasformare questa logica in vittoria assoluta, perché la vittoria è un simbolo. E i simboli orientano il racconto dell’anno successivo.

La Top 30: la classifica finale completa

Ecco la classifica finale dei 30 Big, dal primo all’ultimo posto, così come è stata comunicata.

  1. Sal Da Vinci.
  2. Sayf.
  3. Ditonellapiaga.
  4. Arisa.
  5. Fedez e Masini.
  6. Nayt.
  7. Fulminacci.
  8. Ermal Meta.
  9. Serena Brancale.
  10. Tommaso Paradiso.
  11. LDA e Aka 7even.
  12. Luchè.
  13. Bambole di Pezza.
  14. Levante.
  15. J-Ax.
  16. Tredici Pietro.
  17. Samurai Jay.
  18. Raf.
  19. Malika Ayane.
  20. Enrico Nigiotti.
  21. Maria Antonietta e Colombre.
  22. Michele Bravi.
  23. Francesco Renga.
  24. Patty Pravo.
  25. Chiello.
  26. Elettra Lamborghini.
  27. Dargen D’Amico.
  28. Leo Gassmann.
  29. Mara Sattei.
  30. Eddie Brock.

Premi: Critica, Sala Stampa, testo, composizione, TIM

Sanremo non è solo vittoria finale. La serata dei premi, per molti, racconta più della classifica. In questa edizione: Fulminacci ha vinto il Premio della Critica Mia Martini, Serena Brancale il Premio Sala Stampa Lucio Dalla e il Premio TIM, Fedez e Masini il Premio Sergio Bardotti per il miglior testo, mentre Ditonellapiaga ha ottenuto il Premio Giancarlo Bigazzi per il miglior componimento musicale.
È un mosaico che, visto così, descrive un Festival molto vario nei riconoscimenti, anche se poi la vittoria ha scelto una direzione precisa.

Il verdetto finale e le percentuali della Top 5

Nello scontro finale a cinque, con voti di Televoto, Sala Stampa Tv e Web e Radio, la classifica definitiva della Top 5 ha portato alla proclamazione di Sal Da Vinci davanti a Sayf, con Ditonellapiaga terza, Arisa quarta, Fedez e Masini quinti.
E qui torno al mio punto: un podio per Sal Da Vinci poteva starci. Ma la vittoria, per me, no. Perché non è solo “chi mi piace di più”. È cosa scegli di raccontare come direzione culturale. E la direzione, quest’anno, mi sembra un ritorno al passato.

Sanremo 2026 analisi: il mio “perché” sulla vittoria

Dico una cosa netta, senza cattiveria. “Per sempre sì” la sentiremo. Eccome se la sentiremo. Nei matrimoni. Nei video celebrativi. Nelle playlist dell’Italia che vuole farsi cullare.
Ma io, guardando questo Festival, ho sentito una scelta che assomiglia a una rinuncia al nuovo. Una rinuncia al rischio. Una rinuncia al passo avanti. E mi chiedo se sia solo musica o se sia davvero una fotografia più grande. Un Paese che si rifugia in ciò che conosce perché ha paura di ciò che non controlla.

Viva Sayf: la rivelazione che unisce generazioni

E adesso torno dove voglio stare, emotivamente. Viva Sayf.
Quel brano, “Tu mi piaci tanto”, ha fatto una cosa semplice e potentissima: ha unito generazioni davanti alla stessa emozione. E io, che Sanremo lo guardo “in compagnia”, l’ho visto con i miei occhi. Non era un voto di nicchia. Era un consenso naturale.
E poi, quella mamma sul palco. Anche qui: non mi interessa il dibattito sul gesto, se “funziona” o no in tv. Mi interessa la verità emotiva che ho percepito. In un Festival spesso artificiale, quel momento era umano. Ed è per questo che, per me, Sayf esce da Sanremo 2026 più grande di come ci è entrato.

Passaggio di consegne: Stefano De Martino verso Sanremo 2027

Un altro punto storico, almeno per come è stato raccontato, è l’investitura in diretta del successore: Stefano De Martino annunciato come prossimo conduttore e direttore artistico. È un passaggio che chiude un ciclo e ne apre un altro.
E qui mi riallaccio a un concetto semplice: Sanremo è fatto di cicli. Non si può giocare sempre al rialzo. Prima o poi, un ciclo finisce. Il Conti-bis, che poi è un quinquies, sembra proprio la chiusura naturale di un modo di intendere il Festival. Ora serve un cambio. E un cambio può fare male, oppure può sorprendere.

Uno sguardo finale: cosa resta di Sanremo 2026

Di Sanremo 2026 mi resta una sensazione doppia. Da una parte, un Festival spesso “senza deviazioni”, con la sicurezza come bussola e la nostalgia come coperta. Dall’altra, alcune schegge autentiche: premi che raccontano una varietà reale, momenti civili che hanno provato a dare profondità, e soprattutto l’idea che un artista nuovo, se arriva al cuore, può davvero attraversare tutte le età.
Io la chiudo così: Sanremo 2026 ha scelto. E per me ha scelto di tornare indietro. Ma ha anche acceso una luce, e quella luce si chiama Sayf.

Enzo Amato


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