Il tempo che ci è dato
Marsala – Il tempo che ci è dato non è un semplice calendario da archiviare. È un dono da rileggere, un’esperienza da custodire, un cammino da attraversare. È con questo sguardo che don Antonino Favata affida una riflessione a conclusione dell’anno 2025, fermandosi “davanti a Dio” per ascoltare ciò che il Signore ha operato, chiesto e seminato nella sua vita e nella storia a lui affidata come presbitero della Chiesa di Mazara.
L’anno che si chiude, scrive, è stato un tempo “abitato”, segnato da luci e ombre, pace e passaggi faticosi. Non tutto è andato secondo i desideri, eppure nulla, nella prospettiva della fede, risulta vano. Anche ciò che non è stato scelto, ciò che è stato sopportato con fatica, può diventare luogo di chiamata e di servizio.
Il tempo che ci è dato come dono, non come possesso
Nella riflessione emerge un punto centrale: il tempo non appartiene. Il tempo che ci è dato è affidato. Insieme al tempo, vengono affidate le persone incontrate, le storie ascoltate, le ferite condivise. È un invito a restare nella realtà, senza idealizzarla e senza fuggirla.
Don Antonino Favata parla di una “pedagogia di Dio” che educa alla maturità della fede e del ministero: una fede che non vive soltanto di consolazioni, ma cresce nella perseveranza quotidiana del pastore che cammina con il suo gregge.
Gratitudine e fedeltà dentro le fatiche
Rileggere l’anno significa anche ringraziare. Non solo per ciò che si è riusciti a fare, ma per il modo in cui si è scelto di stare nel tempo ricevuto. Da qui nasce un rendimento di grazie: per il tempo vissuto come dono e non come dovuto, per i giorni in cui si è continuato a camminare con la comunità ospedaliera e parrocchiale, anche quando non tutto era chiaro o facile.
La riflessione tocca la concretezza della vita: lavoro che pesa o manca, incertezza, relazioni che si sfilacciano, malattia, paura di non farcela. E, in questo quadro, una consapevolezza: spesso vivere significa portare pesi non scelti.
Il tempo che ci è dato e la fragilità: uno sguardo ai malati e a chi cura
Un passaggio particolarmente sentito è dedicato a chi ha conosciuto la fragilità del corpo e degli affetti: malati, persone con ricoveri lunghi, terapie faticose, attese cariche di timore. Accanto a loro, lo sguardo va a chi si prende cura: medici, infermieri, operatori sanitari spesso stanchi e talvolta soli, ma fedeli a un servizio che è molto più di un lavoro.
In questa fedeltà quotidiana, don Favata riconosce un segno concreto di umanità che resiste. E proprio dentro le fatiche, sottolinea, si può continuare a fidarsi di Dio non come rifugio astratto, ma come presenza che sostiene il passo di ogni giorno.
La speranza come scelta quotidiana
La speranza, in questa rilettura, non è fatta di grandi parole. Nasce da gesti semplici: una visita, un ascolto, una preghiera condivisa. È una scelta da rinnovare ogni giorno: fragile e povera, ma ostinata, capace di attraversare il dolore senza lasciarsene schiacciare.
Il Giubileo della Speranza, scrive, si è chiuso nelle diocesi del mondo, ma non nella vita reale. Ora chiede di diventare stile quotidiano del ministero e della vita cristiana. La speranza cristiana non evade la storia: la legge in profondità. È una speranza pasquale, che passa attraverso la croce e non la evita.
Le ferite del nostro tempo e lo sguardo della sentinella
Nella riflessione trovano spazio anche le ferite del presente: la guerra, le persone costrette a fuggire, la povertà che cresce, le morti giovani, la violenza che attraversa città e case, famiglie provate da fatiche non sostenute. Ferite che entrano nella vita delle parrocchie, nei colloqui, nelle confessioni, nelle lacrime trattenute.
Don Favata richiama uno “sguardo profetico” che non prevede il futuro, ma rifiuta l’indifferenza. È lo sguardo della sentinella che veglia nella notte senza smettere di attendere l’alba. E aggiunge un compito: abitare queste ferite con una presenza che ascolta, accompagna, sostiene e, quando necessario, denuncia ciò che disumanizza, senza perdere la mitezza del Vangelo.
Pace, conversione del cuore e responsabilità personale
Alla soglia del nuovo anno, la domanda diventa concreta: come scegliere di stare dentro la realtà. Con quale cuore entrare nel tempo che si apre. E qui risuona la Parola: “Ti basta la mia grazia” e “Quando sono debole, è allora che sono forte”.
Nella riflessione si fa riferimento anche all’invito alla pace che Papa Leone XIV continua a rilanciare, intesa non come semplice assenza di guerra, ma come conversione del cuore. Una pace che nasce da cuori disarmati, capaci di rinunciare alla violenza delle parole e dei giudizi. È un lavoro quotidiano, fatto di relazioni curate e di giustizia cercata anche quando costa. E comincia da sé: dal modo di ascoltare, parlare, reagire, perdonare.
Il tempo che ci è dato: segni di bene che non fanno rumore
Accanto alle ferite, don Favata riconosce segni di bene silenziosi: persone che non mollano, relazioni che resistono, gesti di solidarietà che non cercano applausi. Sono questi segni, scrive, a tenere aperta la storia e a ricordare che il male non ha l’ultima parola.
Il nuovo anno non chiede perfezione né risposte immediate. Chiede presenza, fedeltà, coraggio. Chiede di abitare il tempo senza fuggirlo e di trasformare la speranza in scelte concrete. Con un desiderio espresso con franchezza: entrare nel nuovo anno fragile ma disponibile, stanco ma perseverante, consapevole che anche il bene che non fa rumore può cambiare la storia, a partire da sé.
Una domanda condivisa e l’affidamento a Maria
La riflessione personale diventa infine una domanda rivolta a tutti: come stiamo dentro il tempo che ci è dato. Con quale speranza attraversiamo le fatiche quotidiane. Quali scelte di pace, cura e responsabilità possiamo assumere, ciascuno nel proprio spazio di vita.
A chiudere, l’affidamento a Maria, donna che ha vissuto la vita senza scorciatoie, custodendo nel cuore anche ciò che non comprendeva. E una preghiera semplice e intensa: custodire ciò che è fragile, guarire ciò che è ferito, sostenere chi è stanco e chi porta il peso della malattia, rendere ciascuno strumento di pace nel tempo che si apre.
Commento della redazione: in un tempo che corre, questa riflessione invita a rallentare e a rileggere l’anno non con l’ansia del risultato, ma con la responsabilità della presenza, riconoscendo fatiche e segni di bene che spesso restano invisibili.