Campobello di Mazara ha scelto. Daniele Mangiaracina è tornato alla guida del Comune con un risultato netto, il 54,34% dei voti, dopo una campagna elettorale nella quale il suo nome ha rappresentato anche un ritorno al passato politico della città. Ma il nuovo mandato comincia in un momento nel quale Campobello ha bisogno, più che mai, di guardare avanti.
Campobello uguale Matteo Messina Denaro? Certamente no.
Per tanto tempo il nome di Campobello è stato pronunciato, soprattutto fuori dalla Sicilia, insieme a quello di Matteo Messina Denaro. La scoperta del covo del boss, le vicende dei suoi fiancheggiatori, le indagini e i processi hanno consegnato al Paese l’immagine di una comunità quasi interamente schiacciata dalla presenza della mafia. Una rappresentazione ingiusta e incompleta, perché Campobello è anche tanto altro: agricoltura, lavoro, imprese, turismo, cultura, persone perbene. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che il problema sia semplicemente cancellare quel passato. La sfida vera è trasformarlo in una responsabilità per il futuro.
Le vicende giudiziarie continuano a ricordare quanto sia stato profondo il sistema di relazioni costruito attorno alla latitanza di Messina Denaro. Ancora nel 2026 il territorio è stato interessato da sequestri e confische legati a figure considerate vicine al boss, mentre nuove inchieste hanno riportato Campobello al centro di vicende di criminalità organizzata. È la dimostrazione che la storia non si chiude con un arresto o con la morte di un latitante. La mafia lascia eredità, interessi, patrimoni e soprattutto una cultura del silenzio che va combattuta ogni giorno.
Comincia la responsabilità della nuova amministrazione. Che deve fare?
Mangiaracina non ha vinto soltanto un’elezione. Ha ricevuto il compito di dimostrare che Campobello può essere raccontata per ciò che è e per ciò che vuole diventare, non soltanto per ciò che è anche stata.
Il nuovo sindaco dovrà lavorare sulla legalità, certo. Ma dovrà farlo insieme allo sviluppo. Dovrà occuparsi dell’agricoltura e della campagna olivicola, del turismo, di Tre Fontane e Torretta, dei servizi, delle infrastrutture. Dovrà costruire occasioni per i giovani e restituire fiducia a una comunità che per anni ha pagato un prezzo altissimo sul piano dell’immagine.
La politica, però, dovrà fare la sua parte.
La campagna elettorale ha mostrato una città divisa tra tre proposte e una politica che, in alcuni momenti, è apparsa più concentrata sulle alleanze e sui personalismi che sui problemi reali. Ora quella stagione è finita. Mangiaracina ha una maggioranza consiliare ampia, ma proprio per questo avrà una responsabilità ancora maggiore: dimostrare che il consenso ricevuto può diventare un progetto di governo.
Il rischio, altrimenti, è che Campobello rimanga prigioniera di due narrazioni opposte: quella del paese del boss e quella del paese che vuole dimenticare di esserlo stato.
La strada giusta, secondo me, è una terza.
Campobello deve ricordare, senza restare prigioniera del ricordo. Deve parlare di mafia senza permettere che la mafia definisca la sua identità. Deve costruire legalità non soltanto con le parole, ma creando lavoro, opportunità e una comunità più forte.
Il nuovo sindaco ha davanti una città che chiede normalità, ma anche una sfida straordinaria.
La vera partita, adesso, non è più vincere le elezioni. È dimostrare che Campobello può finalmente essere conosciuta per il suo futuro.