Per chi mastica un po’ di letteratura francese, l’incipit di un romanzo epistolare di Montesquieu, Lettres persanes, recitava, vado a memoria: “Come si può essere persiani ?”Ebbene quella stessa domanda, ma stavolta non in tono ironico quanto drammatico, potrebbe essere stata declinata consapevolmente all’indomani della seconda Guerra Mondiale. Quando, dopo anni di guerra terribile, la Germania iniziava a ricostruire da zero: tra macerie materiali e una ricostruzione morale gravata dallo stigma dell’Olocausto. Si può ancora essere tedeschi ? Ci si poteva chiedere man mano che le nefandezze di Hitler venivano fuori, a fronte di un’opinione pubblica sempre più sgomenta. Immagini e documenti inattaccabili che rivelavano al mondo i crimini vergognosi del regime nazista sui campi di concentramento dove avevano perso la vita 6 milioni di ebrei, di dissidenti politici e di omosessuali.
Fu in quel momento che la Germania, guardando dentro al proprio abisso, ebbe la forza di costruire pazientemente la pratica pubblica e politica della “cultura della memoria” – l’ Erinnerungskultur – che ha segnato la sua ineccepibile, va detto, ripresa civile. Intendiamoci, non fu un percorso né facile, né lineare. A differenza della sorella Austria che per decenni adottò la narrazione della cosiddetta “teoria della vittima” e permise – ricordiamo – il reinserimento di molti ex nazisti nella vita pubblica, ritardando un’autocritica diffusa. Tuttavia, ancora oggi, parlare di nazismo in Germania, tra persone colte, progressiste e liberali, in relax, seduti a tavola, alle prese con un’amabile conversazione, resta un tema che mette a disagio e che spesso finisce per cambiare inerzia alla serata. Provare per credere.
Figuriamoci adesso che figli e nipoti hanno scoperto che il padre o il nonno, raccontato fino ad ora come “un irreprensibile socialdemocratico, fiero cattolico o oppositore del nazismo”, risultava invece membro formale del partito che ha organizzato una delle più infernali e consapevoli macchine di morte, mai documentate dalla storia. Ed è proprio in questo modo che molti hanno cominciato a dubitare dei propri parenti. Persone che – si legge nei reportages di Der Spiegel – raccontano così di essere stai ingannati e di come abbiano sempre ascoltato una versione edulcorata dei fatti legati a quei tempi bui, costruita magari per proteggere la famiglia. Spesso, se il parente non era presentato come vittima, almeno nei casi più eclatanti, si raccontava di come fosse stato “costretto”, da semplice soldato e senza responsabilità politiche. Gli storici chiamano questo fenomeno cultura del silenzio: nel dopoguerra certi temi divennero tabù e la narrazione alternativa prese il posto della realtà cruda. Per molte famiglie quella narrazione ha funzionato come ancora di salvezza mentre si ricostruiva a poco a poco la vita quotidiana. Potere della narrazione!
Oggi, non che non si sapesse già, ma i numeri in base a questo censimento storico del partito parlano che nel 1945 almeno 8,5 milioni di persone risultavano membri del NSDAP – verso la fine del regime – su circa 55 milioni di adulti. Molto di più di quelli abili e arruolabili del tempo. Il problema però, non è più quello storico. Una quota significativa di tedeschi sempre più oggi è convinta che i propri nonni fossero “dalla parte giusta”. Ed è proprio questo il punto nodale in tutta la sua disarmante plasticità.
A partire dall’aria distorta che si percepisce in ogni aspetto della vita pubblica, in questa ’Europa troppo spesso politicamente ormai votata all’estrema destra, spesso sull’onda del populista di turno. L’esempio più vivido arriva proprio dall’AfD – Alternative für Deutschland – partito tedesco, di ispirazione nazista che da tempo attacca la Erinnerungskultur, la cultura della memoria. Alcune dichiarazioni pubbliche in questi giorni, hanno contribuito ad aumentare la tensione: per dire, un certo Alexander Gauland – membro del partito – ha descritto il periodo nazista “solo una cacatina di uccello” nella storia tedesca; un altro membro, Björn Höcke, ha invece definito il memoriale dell’Olocausto a Berlino un “monumento della vergogna” e ha invocato una svolta radicale nella politica della memoria. Difficile trovare ambiguità in queste frasi e in queste posizioni così chiare e distinte.
Ed ecco la saldatura del passato con l’attualità. L’apertura di questi archivi arriva mentre l’AfD è sotto osservazione dei servizi interni – specialmente nei Lander orientali dell’ex DDR – e registra una crescita elettorale con vittorie regionali significative che stando agli ultimi sondaggi arrivano fino al 25 % su base nazionale. Il risultato è una tensione interna politica molto forte. Da un lato, due Media autorevoli che rappresentano una parte viva e pulsante della società democratica e liberale, che spingono a guardare in faccia il passato familiare, dall’altro una forza politica che cerca di relativizzare e normalizzare – spesso abbracciandolo – quel passato indifendibile.
Ovviamente, senza mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, la questione si può simmetricamente ribaltare in ogni luogo, poiché riguarda il modo in cui ogni paese gestisce i propri fantasmi storici: il fascismo in Italia, il colonialismo in Francia e in Belgio, oppure l’epopea – quella più indietro nel tempo – del Far West per gli odierni Stati Uniti e cosi via.
Certo che però, immaginare un motore di ricerca analogo in Italia, per i registri del passato fascista produce un brivido. E non so decidere quanto possa essere utile e a vantaggio di chi, poter scavare in quel passato recente all’interno delle proprie famiglie. Non solo utile, nel senso utilitaristico del termine, mi si scusi il bisticcio di parole. Ma mi chiedo anche a chi potrebbe giovare certificare eventuali colpe di compromissione con il regime fascista dei propri avi, dal momento che le colpe dei padri non possono mai ricadere – né penalmente né moralmente – sui loro eredi.
In realtà un’idea ce l’avrei. Con l’aria che tira, è più probabile che alcuni si affretterebbero ad appendersi medaglie postume per avere avuto nel proprio pedigree avi arditi, di ceppo italico e di granitici principi fascisti. Chissà perché non si fa troppa fatica ad immaginarlo. Così come, al contrario, non si fa fatica ad immaginare lo scatenarsi dei linciaggi mediatici e la caccia al famigerato – ed incolpevole – nipote del fascista.
Certo, molti, sensibilmente, potrebbero finalmente assumersi una parte di responsabilità per le azioni dei propri avi, come atto di civiltà. Io, ad esempio, non avrei nessun problema a farlo, se si scoprissero compromissioni dei miei nonni con il regime fascista del tempo. Il problema è che qui da noi, a differenza della Germania che nel dopoguerra ha fatto della memoria un pilastro pubblico, non si è mai fatto davvero i conti con il passato violento e squadrista di una parte della nostra popolazione. E, a dire il vero, con questi chiari di luna, mi rendo conto che non è manco il tempo adatto a proporre una transizione del genere.
Per cui, siamo giunti al paradosso inquietante: certificare di avere avuto il nonno fascistone ripaga – sui social e quindi nella società – di più che battersi il petto chiedendo venia per i suoi crimini e le sue malefatte. Che tempi.