Trovo spiacevole quando – all’indomani di un viaggio all’estero – sento insorgere dentro di me quella necessità irrefrenabile di rimarcare a me stesso le differenze che si raccolgono implacabilmente nel confronto con l’Italia, con il sud del paese, con la mia Sicilia in modo specifico.
Ho parlato già diverse volte di questa frustrazione irriducibile, che si manifesta con tinte e colorazioni diverse: nel confronto con le strutture e con i ritmi di altri paesi ( leggi qui Lo strano caso del siciliano), e per ragioni più diciamo etico-comportamentali nel raffronto con i nostri connazionali all’estero, alle prese con regole e concetti spesso “incomprensibili” a casa nostra (leggi qui Antropologia della caciara aeroportuale). Avevo poi sottolineato come spesso il concetto di minus habens de’noantri corrispondesse a quello di estremo provincialismo – per non dire altro – spesso consapevole e senza alcuna determinazione di miglioramento. E infine, in uno degli articoli sulla piaga dell’eterna disoccupazione, era stato sviscerato un concetto fisso, non variabile, per intere generazioni di meridionali: La valigia sempre pronta.
Ma queste premesse non significano che il campionario dell’italica stirpe sia da ridurre a una catalogazione di maniera, o a una rappresentazione macchiettistica. Viaggiando per il mondo, il confronto è però sempre e costantemente davanti a noi – uno specchio rovesciato che mostra senza sconti come fuori dalla nostra pen-isola giri il mondo e come, purtroppo, il nostro sud sia ancora inevitabilmente fuori dal trend della modernità.
E non si fa tempo a inghiottire il boccone amaro che già è tempo di nuove comparazioni. La novità – spesso sotto forma di umiliazione – è sempre dietro l’angolo. Il confronto impietoso stavolta è con la Svizzera – paese che conosco bene, e non solo per esserci nato. I miei genitori ci hanno vissuto per quasi vent’anni, e i loro racconti dei miei primi anni di vita ne sono testimonianza, per quanto io non li ricordi: così piccolo, due anni e mezzo, quando decisero di rientrare alla madrepatria. Vabbè. Che poi, se uno non avesse avuto la fortuna che si ritrova – nel mio caso moglie, figli e una vita felice e piena di tante belle persone e valori – avrebbe potuto recriminare: mamma, papà, che diavolo vi è venuto in mente di tornare a casa base? lasciando quello che a molti occhi mediterranei è – senza paura di poter essere smentiti – un vero e proprio paradiso terrestre.
Il confronto corre dapprima ai dati sensibili – quelli dei luoghi comuni, che più delle volte raccontano l’ossatura di un paese: la Svizzera verde, i meravigliosi monti di Heidi – o quelli di Annette – le ricchissime città piene di negozi di Rolex e cioccolata, il Toblerone, le zucche vuote di Thun, le piste di sci di Saint-Moritz, il prestigioso World Economic Forum di Davos, la meraviglia dei treni che spaccano il minuto – qui ancora regge il mito, ormai decaduto in Germania – i caveau delle banche ricche, ricchissime, praticamente sfondate, piene zeppe di soldi svizzeri e internazionali, di lingotti d’oro, con mafia compresa. A proposito: chi non ricorda il magnifico Le conseguenze dell’amore con Toni Servillo? Anche quel racconto è indicatore di grande “affidabilità” e “discrezione” del sistema elvetico, se non altro.
Meravigliosi svizzeri, convinti isolazionisti, implacabili opportunisti – e spesso menefreghisti delle sorti altrui – che dall’inizio della Confederazione hanno sempre rifiutato di mescolarsi all’Europa in ogni suo momento: nella buona e nella cattiva sorte. Rimanendo lì al centro, nel cuore dell’Europa, a due passi da tutto, ma sempre fuori dal condividerne amori, passioni, odi e tradimenti. A torto o a ragione. Eccoli lì, i nostri invidiabili vicini di casa, con una sfilza di record da fare invidia anche ai più nordici fra gli scandinavi.
Arrivo a Zurigo in un giorno di canicola insolita per giugno, nel pieno dello spoglio di un referendum singolare, indetto dall’UDC – l’Unione democratica di centro – che aveva chiamato i cittadini alle urne per esprimersi su un quesito davvero peculiare: limitare la popolazione a un massimo di dieci milioni di persone, e non uno di più. “No a una Svizzera da 10 milioni!” lo slogan. Sì, esatto: la Svizzera ha indetto un referendum su questa roba qua. Anche qui – la patria del quieto vivere, con il tasso di criminalità più basso al mondo, col numero di internati nelle prigioni più contenuto – anche qui sono arrivati forti i venti di odio di questa destra estrema che altrove, in Germania, Italia, Francia e Inghilterra, sta cambiando i connotati alla vecchia Europa. Per non dire dei venti di trumpismo che imperversano da un anno a questa parte. Il no, per la cronaca, ha vinto con il 54,8% dei voti – lasciando libera circolazione in Svizzera, con le consuete restrizioni legate alle vigenti leggi sul permesso di soggiorno ma senza una quota massima di popolazione prestabilita.
Non è la prima volta che questo succede. Mi raccontano i miei che anche nella civilissima Svizzera degli anni Settanta esistevano già i primi movimenti di razzismo, con manifestazioni fuori dal seminato. Nel 1976 – quando avevo appena un anno, mentre i miei abitavano in una graziosa villetta nel pittoresco cantone di Solothurn – il paese elvetico fu attraversato da un violento dibattito pubblico che minacciava, anche in maniera subdola, non ancora la caccia allo straniero ma un velato sentimento di segregazione: colpevole, in un momento di crisi economica, di rubare il lavoro a chi svizzero era sul serio, almeno sulla carta. Di questo si parlava a quei tempi. Esattamente come predicano adesso le destre estreme di mezza Europa e di mezzo mondo. Una mezza rivolta, in particolare nei confronti dei cittadini di origine mediterranea, specie se provenienti dal sud – e a maggior ragione se refrattari a conformarsi a usi e costumi locali. Anche semplicemente ai decibel acustici che segnano così spesso il confine preciso tra l’italiano e il resto del mondo.
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Corsi e ricorsi della storia. Cinquant’anni fa come ora, e forse peggio. Fu anche a causa di quei rigurgiti popolari che i miei genitori, sebbene ben inseriti nella società piccolo-borghese e impiegatizia elvetica, decisero di rientrare a casa base. Solo loro nel profondo del loro cuore sanno se, con il senno di poi, se ne siano mai pentiti. Con loro, decine di migliaia di immigrati della prima – ma anche della seconda ora – che decidevano che il periodo della cattività all’estero era da considerare terminato, e che ora avrebbe dovuto iniziare il tempo della riscossa nella madrepatria.
Ed è proprio questo il punto. Chiedersi – a distanza di quasi cinquant’anni dal loro rientro – se i sogni che cullavano i nostri immigrati, che nel frattempo avevano addolcito l’accento, allentato le maglie delle consuetudini, e ritornavano temprati dal confronto con una civiltà diversa – se quei sogni avessero trovato il tanto agognato porto. Ho i miei dubbi. Allora come oggi. Non fatico troppo a pensare che molti fra quelli che sono tornati ancora adesso si chiedano se abbiano fatto la cosa giusta – logorandosi con domande del tipo: quale grado di civiltà il sud Italia è riuscito a recuperare nei confronti di quella Svizzera lontana, degli anni Settanta? Domanda pleonastica, temo.
Ricordo i bocconi amari di quando ero piccolo e capivo appena: che spesso la nostra famiglia non era particolarmente felice nel doversi confrontare con le velocità e le sensibilità diverse del paese siculo in cui eravamo tornati. Le piccole cose. Il comportamento della gente, alcune mezze prevaricazioni, le incomprensioni di chi aveva visto la vita dipanarsi in maniera diversa e che invece, tornando nel proprio nido, aveva dovuto affrontare le cose in maniera diversa, con un continuo capogiro – quella vertigine di essere rientrato in un paese dove l’avanzamento dipendeva dal favore, dove anche un diritto sacrosanto era regolato dalla conoscenza giusta, dove lamentarsi troppo significava tirarsela, col rischio costante di restare socialmente isolati.
Fortunatamente, per quanto ho potuto ricostruire, i miei avevano così tante risorse umane che, nonostante i vari mal di pancia, sono riusciti a trovare il giusto compromesso. Crescendo due figli pieni di interessi e di valori e di solidi principi. Educandoci – me e mio fratello – alla critica, a mettersi in gioco, a non dare nulla per scontato e soprattutto: a non conformarsi. A pensare con la nostra testa. A resistere in un mare crescente di buzzurraggine.
E oggi? Siamo sicuri di esserci liberati da quelle piccole grandi storture culturali e comportamentali? Che il gap del sud – e della Sicilia in modo particolare – con la Svizzera degli anni Settanta si sia, non tanto colmato, cosa impossibile, ma almeno ridotto? Anche su questo ho i miei dubbi.
No, forse non era questa la direzione che avevo preventivato per questo pezzo. Ma tant’è, ormai che il sentiero è tracciato. La verità è che ogni volta che ritorno in Svizzera, quel viaggio è sempre fonte di sentimenti forti e di grandi ispirazioni. È lì, a Zurigo, in uno dei miei numerosissimi viaggi di lavoro, che ho conosciuto mia moglie tanti anni fa, ed è lì che ho imparato a immaginare una vita nuova che apriva spazi sconosciuti verso la paternità: spazi fino ad allora incontaminati che si sarebbero spalancati e avrebbero colonizzato completamente fronte e retro della mia vita.
Ma a parte i ricordi personali, la Svizzera – per chi è disposto ad accettare il mostruoso costo della vita, con il prezzo di una pizza a 25/30 euro al cambio ormai parificato di 1 euro per 1 franco svizzero – è sempre il posto dell’accoglienza. Piena di svizzeri bianchi, neri e di ogni razza, con quattro lingue ufficiali, ventisei cantoni sparsi sui quattro fronti, una serenità e vivibilità ce si percepisce in ogni parte del paese, che anche nei quartieri di solito più a rischio – a ridosso delle stazioni, ad esempio – è una dimostrazione per il mondo intero di come si fa prevenzione contro la criminalità. Di cui si discute violentemente altrove con parole nuove: remigrazione e deportazione.
Qui il rumore è quello di biciclette, monopattini, skate. Uno stile libero, montanaro e adattato alla metropoli, senza lustrini né paillettes: capelli bianchi naturali, niente tacchi a spillo, ancora meno rossetti. Ma tanti zaini a tracolla e indumenti tecnici. I quartieri di Zurigo, ma anche quelli di Basilea o Lucerna – le città svizzere che conosco meglio – sono pieni e variegati di un’umanità pulsante, sudamericani, cinesi, gente dell’Est Europa, gente che parla la lingua araba. Il tutto senza che i quartieri sembrino un bazar pubblico, senza alcun segno di ghettizzazione come avevo potuto notare ultimamente anche nel centro di Londra (leggi qui La città divisa )
Eppure ai detrattori della Svizzera non è sembrato vero scagliarsi contro Berna. Quest’inverno, con la strage di Crans-Montana – dove persero la vita quarantuno ragazzi che festeggiavano il Capodanno al Constellation – in quel tragico incendio che ha fatto scoprire al mondo le magagne burocratiche che si nascondono anche dietro a un paese apparentemente perfetto. Un paese messo a nudo dalle proprie debolezze, anch’esso pieno di contraddizioni. Un paese pacifista ma che si prepara alla guerra da sempre – nella speranza forse di allontanarla scaramanticamente – con la controversa leva obbligatoria ancora oggi estesa a tutti i cittadini maschi. Un paese che ha ammesso il voto alle donne solo nel 1971, mentre le nostre le nostre nonne e bisnonne già votavano dal secondo dopoguerra (1945). Il paese delle rogatorie impossibili, paradiso fiscale per chiunque abbia voluto utilizzare il segretissimo sistema bancario elvetico come una enorme lavanderia per riciclare denaro sporco. Un fiume carsico che sotto una superficie fatta di modi garbati e vezzeggiativi con il suffisso –li presenti in ogniddove, in ogni conversazione che si rispetti: Rüebli, Müesli Guetsli, Schöggeli, Plätzli, Bänkli, Bergli, Trämli e così via: quasi come a voler arrotondare tutto in un modo gentile, a volte anche a nascondere la polvere sotto il tappeto, ingannando anche il più acuto degli osservatori. Ma tant’è. La forma spesso è sostanza.
Adesso ci torno due o tre volte l’anno. E ogni volta fatico a rientrare a casa senza quel senso di profonda frustrazione. Di amore e di ammirazione per quello stile di vita così rilassato, gentile e sorridente – e allo stesso tempo con una sensazione di non poterne godere appieno, come davanti a un traguardo inarrivabile. Ma dov’è che si studia la materia dello svizzerismo? la svizzeritudine? Ci sono corsi, monografie, podcast o lezioni serali o anche private?
Pur con le sue contraddizioni, che bello sarebbe un mondo con tante piccole Svizzere.