Giungere al primo album della propria “seconda vita artistica” in una fase di piena maturità è il punto di approdo di un percorso decennale di sedimentazione stilistica. Un processo che oggi si traduce in una scrittura riconoscibile, sì, ma soprattutto in una precisa identità timbrica e performativa, capace di imporsi con immediatezza nel contesto live. Cico Messina è più di un cantautore: è un narratore radicato nella sua Mazara del Vallo, connubio ideale tra un Mediterraneo che è abbraccio e dolore, partenza e arrivo, paura e cura, necessità e fuga. Ma è proprio in questa tensione che prende forma l’estetica dell’album “Bar del Molo” (ascolta QUI), in cui Cico Messina trova il suo posto nel mondo, tra l’Europa e l’Africa, un “nero a metà” che dialoga con una tavolozza sonora stratificata di world, prog, jazz, funk e blues. In questo senso, il contributo dei musicisti – Sade Mangiaracina alle tastiere, Salvo Casano alla batteria, Greg Manzo al basso, Fabri Malerba alla chitarra, Federico Mordino e Bruno De Santi alle percussioni – si configura come elemento strutturale e non accessorio: ogni intervento definisce una tessitura densa valorizzata dal sound designer Giuseppe Denaro, che restituisce unità a tutto il lavoro.
L’album si apre con “Belvedere”: lo stacchetto prog-rock che cita “A me me piace ‘o blues” apre a una “jungla di città”, entro cui Cico si colloca tra “litoranea” e “musica”, è insieme spettatore e narratore, si lascia contaminare mentre la voce adagia la propria poetica su un impianto strumentale in progressiva estensione. Le percussioni trovano l’assolo dell’elettrica, mentre le mani di Sade Mangiaracina si muovono in libertà sui tasti bianchi e neri, contribuendo a mantenere aperta questa finestra di mondo, sospesa tra bellezza e dolenza. Il funk spicca il volo nel singolo apripista “America Atomica”, sostenuto dalle spinte groove del basso che trascinano l’ascoltatore oltreoceano, in una “democrazia” che non ci fa più sentire “al sicuro” e che genera “paura”. Il testo è più attuale che mai, soprattutto per chi vive in quest’isola-ponte del Mare Nostrum, avamposto geopolitico. Da segnalare il puntuale lavoro di post-produzione. Nella giocosa “Poliamore” cambia l’atmosfera, più suadente e morbida. La voce si fa distante, si spersonalizza, e sviscera “ogni tipo di tabù”, “alchimia” e “istinti”. “Siamo vittime dell’oppressione culturale” canta, nel tentativo di scardinare modelli relazionali consumistici e consumati, con un po’ di ironia e un sound anni ’70 che si muove su un elettro-funk ballabile e sensuale, un fraseggio vocale alla Sorrenti e la 6 corde che amoreggia con la tastiera.
Avere la “Luna Torta” non è necessariamente un male se serve a sfornare un brano marcatamente esterofilo, sostenuto da una solida dose di groove. Tra una “depressione stagionale” e un “non ho niente da dire”, il pezzo respira nel finale sontuoso e mai ridondante. “Jasmine” è la chicca che irrompe nell’album: entra desert, una nenia che arriva col vento di scirocco, come “vuci sula n’mezzu u mari”. I tamburi disegnano una marcia inquieta sfumata da un canto come un lamento, oltrepassato da un senso di impotenza che lascia sospeso un velo di irrequietezza, come quel “mari chi un finisci di abbanniari”. Non poteva mancare la vena sudamericana che scorre in Cico Messina, una pulsazione magnetica che ha conquistato migliaia di appassionati della sua musica lungo lo Stivale e oltre. Un percorso riconosciuto anche dai due premi ottenuti al Premio Parodi 2024. In “Tempo de amor” infatti, il ritornello è immediato, sostenuto dalla chitarra in mute e da trame calde, una “processione tropicalista” su cui l’interprete Margherita Abita, in punta di piedi, fa da contraltare dolce. Il disco si chiude con “Molo” e un piano sognante che contrasta il chorus: “cambia tutto, cambia ma com’è chi s’arripete a stessa storia”. Sedersi al bar del molo per rivivere ogni giorno lo stesso – a volte tragico – film, un’immagine ciclica in cui l’artista vira verso una dimensione jazz-fusion molto chill.