Chi semina vento raccoglie tempesta

Vincenzo Figlioli

Punto Itaca

Chi semina vento raccoglie tempesta

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mercoledì 06 Maggio 2026 - 06:45

E’ difficile in questo momento storico lanciare un appello alla politica affinchè si abbassino i toni della competizione elettorale. E’ difficile perchè il tempo che viviamo è scandito da sovranismi, guerre e conflitti dialettici su scala globale, di cui il presidente americano Trump rappresenta la massima espressione, seguito a ruota da Putin e Netanyahu. E’ difficile perchè i social hanno sdoganato l’aggressività un tempo sopita, intossicando il confronto tra idee e opinioni diverse e legittimando una pseudo libertà di espressione a beneficio di orde di leoni da tastiera che mai si sognerebbero di ripetere in presenza quanto scrivono con il proprio smartphone. E’ difficile perchè il modello culturale esistente ha fatto passare il messaggio che chi urla più forte ha maggiori chance di affermare la propria posizione, che la macchina del fango deve restare in servizio permanente, che la diplomazia appartiene solo a chi ha qualcosa da nascondere.

Eppure, l’affermazione di un linguaggio schietto e aggressivo nei micro e nei macro contesti non sembra aver portato alcun beneficio al pianeta: basta guardare un notiziario o leggere un giornale per rendersene conto. Se poi consideriamo anche l’aspetto più strettamente elettorale, va detto che una delle ragioni che più alimentano il crescente astensionismo è proprio la percezione che le varie parti politiche si affrontino tra loro nel segno di una forte tensione verbale che spesso non corrisponde a una reale differenza in termini di proposte programmatiche. “In campagna elettorale se ne dicono di tutti i colori, ma poi le cose continuano a non cambiare”, commenta con amarezza un navigato osservatore delle cronache locali. A 20 giorni dalle amministrative, constatiamo che tanti protagonisti della vita politica autoctona stanno riproponendo lo stesso registro del passato, fatto di sortite dialettiche abbastanza autoreferenziali, che cercano di incanalare il dibattito politico in una certa direzione, fatta più di apparenza che di sostanza. Perchè, per loro, “il popolo è un bambino”, (come scriveva anni fa Ascanio Celestini) e quindi si privilegia un messaggio che tende a banalizzare le questioni complesse o, semplicemente, a evitarle.

Oggi più che mai, invece, serve una discussione fatta di proposte concrete e contenuti funzionali alla costruzione delle comunità del futuro. Serve che la politica si faccia carico anche di un’azione pedagogica, volta ad alzare l’asticella del confronto e, in prospettiva, dell’amministrazione pubblica. L’indignazione ha la sua utilità, ma andrebbe conservata per ciò che davvero dovrebbe togliere il sonno a chi si propone di governare le nostre comunità: la perdurante presenza della criminalità organizzata nel nostro tessuto sociale, la persistenza di traffici illeciti, l’incapacità di mettere a regime le riconosciute potenzialità di cui disponiamo, la fuga (spesso senza ritorno) delle nuove generazioni, l’aumento delle diseguaglianze, il divario di crescita rispetto ad altri territori, l’inefficienza di certi servizi, le occasioni mancate. Finora se n’è parlato poco. Ma restiamo fiduciosi per le prossime settimane. Ricordando a tutti, nessuno escluso, che “chi semina vento raccoglie tempesta”. E dalle nostre parti, storicamente, quando Eolo soffia troppo finisce per creare danni.

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