La sospensione temporanea del blocco degli autotrasportatori in Sicilia non cancella, ma semmai amplifica, il rumore profondo di una filiera che vive da anni sul filo della rottura. La decisione, arrivata dopo la tragedia del camionista investito nel casertano durante un presidio di protesta, ha imposto il silenzio del lutto e la ripresa di un dialogo istituzionale fissato per il 22 aprile al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti insieme alla Regione. Ma sotto la superficie resta una tensione che non si è mai davvero allentata. Il comparto si muove tra emergenze continue e promesse ricorrenti. Da un lato la richiesta di misure immediate – dal Sea Modal Shift alle risorse Ets, fino alla loro stabilizzazione – dall’altro una catena logistica che rischia di incepparsi al primo scossone. La sospensione del fermo nazionale decisa da Trasportounito “in segno di lutto” non chiude la frattura, la sospende soltanto. E dietro l’angolo si profila già un nuovo sciopero, quello annunciato da Unatras a fine maggio.
È una protesta che non nasce dal nulla, ma da uno scontro interno al mondo dell’autotrasporto e da un disagio strutturale che in Sicilia assume contorni ancora più netti. Qui la strada è essa stessa notizia quotidiana: autostrade in perenne manutenzione, collegamenti lenti, tratti strategici limitati, come la Modica–Siracusa–Catania ancora in parte vietata ai mezzi che trasportano merci pericolose. A tutto questo si somma il caro carburanti e un costo operativo che, secondo le associazioni di categoria, può arrivare fino al 30% in più rispetto al resto del Paese. Il risultato è un sistema che regge per inerzia più che per efficienza. CNA Fita Sicilia lo definisce “drammatico”, ma il termine rischia quasi di diventare insufficiente. Perché il vero nodo non è solo infrastrutturale o economico: è politico e culturale.
È il continuo rimbalzo di responsabilità tra Stato, Regione e gestioni emergenziali che si sommano senza mai risolversi. In mezzo restano le imprese, soprattutto piccole, e un’isola che dipende dal movimento delle merci per non restare isolata davvero. La sensazione è quella di una catena fragile, appunto, che regge finché nessuno ne mette alla prova l’ultimo anello.