Negli ultimi giorni, leggendo della sentenza della Corte Costituzionale n. 16/2026, si può notare quanto, nei piccoli comuni, la questione del terzo mandato dei sindaci sia più di una semplice norma elettorale: è una questione pratica, quasi quotidiana. Nei centri sotto i 15mila abitanti, la politica locale è un terreno che fatica a rinnovarsi, e i movimenti, i partiti e spesso anche la comunità convergono su figure già note: sindaci in carica o ex primi cittadini, persone insomma che da anni vivono l’impegno pubblico e hanno esperienza amministrativa concreta. Campobello, Gibellina e altri centri lo dimostrano: trovare candidati nuovi e disponibili ad affrontare un impegno così totalizzante e una campagna elettorale non è semplice. La norma regionale, che impedisce oltre due mandati nei comuni tra 5.000 e 15.000 abitanti, rischia così di diventare un boomerang.
Non solo limita la libertà di scelta dei cittadini, ma riduce anche la possibilità di garantire continuità e gestione efficace delle amministrazioni. In realtà, un terzo mandato non è solo un privilegio per chi governa già, ma uno strumento che può assicurare stabilità e consentire ai piccoli comuni di affrontare problemi strutturali, progettualità e servizi che richiedono tempo e conoscenza del territorio. Non è un caso che ANCI Sicilia stia sollecitando la Regione a intervenire con urgenza. L’incostituzionalità della norma non è un dettaglio tecnico: è un segnale chiaro che impedire di candidarsi nuovamente rischia di lasciare vuoti politici difficili da colmare. Rivedere i limiti dei mandati nei piccoli centri non significa solo allungare senza criterio le carriere politiche – anche perchè sarebbe una norma limitata appunto ai comuni con un tetto massimo di abitanti – ma offrire una possibilità concreta ai cittadini di scegliere liberamente, senza che la mancanza di candidati diventi un freno alla governance locale.