Substack funziona benissimo… finché accetti di muoverti dentro le sue regole non dette. La newsletter è pulita, fedele, pratica, quasi commovente nella sua semplicità. Le statistiche poi sono così chirurgiche che, per un attimo, ti senti un piccolo Zuckerberg in ciabatte. E fin qui, tutto fila liscio. Poi arriva la pars destruens: se non ti porti i lettori da casa, Substack non te ne regala nemmeno uno. È come aprire un ristorante in un vicolo cieco e sperare che qualcuno ci finisca dentro inciampando. Non succede mai. A meno che tu non ti metta a fare il social cosplayer: commentare, rispondere, distribuire cuoricini, fare il brillante. Insomma, cazzeggiare. E tu, giustamente, lo detesti. Perché se volevi un social, stavi già su un social.
E poi c’è la verità ultima: tutti scrivono, nessuno legge. È la fiera dell’autore senza pubblico, un gigantesco open mic, uno speaker’s corner dove ognuno sale, declama il proprio pezzo e poi scappa via senza ascoltare quello dopo. Ma non è cattiveria: è la radiografia fedele del nostro tempo egotico. Substack non fa che rifletterla, e registrarla fedelmente, questa generazione – ma attenzione qua non c’entra l’età, quanto lo state of mind – che vuole essere letta ma non vuole leggere, che sogna la “community” ma a buon mercato, senza la fatica di costruirla. E qui mi fermo, che è meglio. Ritorniamo alla pars construens, a ciò che funziona davvero: la Newsletter.
A quei lettori che ti sei portato da casa, quelli che non scappano, che leggono per scelta e non per algoritmo. Quelli disposti ad ascoltare anche quando le tue posizioni – qualche volta, o spesso – non coincidono con le loro. È lì che mi fermo. Respiro e ringrazio. Ringrazio chi, ogni volta, investe cinque o dieci minuti del proprio tempo per poi – non sempre, ma a volte sì – riconoscersi in una frase, un’immagine, un nodo intricato, in quel sottile scambio di magia. E magari emozionarsi insieme all’autore. Succede a me quando scelgo cosa leggere tra le tante newsletter in circolazione. Alcune delle quali davvero notevoli, eppure sorprendentemente sottovalutate su Substack, almeno a giudicare dai pochi cuoricini che raccolgono. Prima o poi lo farò, lo prometto: una mia personale classifica.
Non pescando tra i grandi nomi del giornalismo – già iper seguiti e, a torto o ragione, idolatrati – ma tra chi, dal basso e con i piedi per terra, ogni volta si guarda dentro e prova a condividere lo spazio di energia di quel momento. E in fondo la lettura dovrebbe fare proprio questo: smuovere qualcosa dentro di noi. Come quando ci imbattiamo in un ristorante fuori mano, in un vicolo cieco, dove le pietanze in menù non sono magari quelle classiche, ma se qualcosa ci colpisce, ne è sempre valsa la pena. Grazie a tutti loro – e sono tanti, quasi 400 ormai – e grazie anche a chi, spesso in privato, continua a incoraggiarmi. Sono queste voci silenziose che tengono in piedi il resto.