La geografia della tassa sui rifiuti racconta, ogni anno più di altri indicatori, lo stato di salute delle amministrazioni comunali. Dietro una tariffa che sale, resta immutata o, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto diminuire, si intrecciano equilibri di bilancio, capacità di programmazione e, non di rado, anche le dinamiche della politica. La scadenza del 31 luglio, termine ultimo per l’approvazione del Piano economico finanziario e delle tariffe TARI 2026, ha consegnato alla provincia di Trapani un quadro frammentato, fatto di scelte differenti e di esiti altrettanto diversi.
Ci sono Comuni nei quali l’aumento sarà inevitabile. È il caso di Marsala, dove il nuovo Piano economico finanziario porterà, per una famiglia media, un aggravio che potrà oscillare tra i 50 e gli 80 euro l’anno, a seconda della composizione del nucleo familiare e della superficie dell’immobile. Un incremento significativo, destinato a farsi sentire nei bilanci domestici e che rappresenta il ritocco più consistente dell’intero territorio provinciale. Più contenuto l’adeguamento previsto a Mazara del Vallo, dove l’aumento medio si fermerà intorno ai venti euro annui. Quasi simbolico, invece, quello deciso a Erice, dove la revisione tariffaria comporterà una variazione inferiore a un euro per una famiglia tipo, tra le più basse registrate in provincia. Ma la vera fotografia che emerge dopo il 31 luglio è quella di una provincia nella quale, più che gli aumenti, prevalgono le conferme. In molti Comuni le tariffe resteranno identiche a quelle del 2025, seppure per ragioni molto diverse. Da una parte ci sono le amministrazioni che sono riuscite a mantenere invariato il costo del servizio grazie a una gestione ritenuta più efficiente. È il caso di San Vito Lo Capo, Custonaci e Favignana, dove la stabilità delle tariffe viene ricondotta al buon andamento della raccolta differenziata, al recupero dell’evasione e a un equilibrio economico che ha consentito di evitare nuovi sacrifici per famiglie e imprese. Dall’altra ci sono invece quei Comuni nei quali le tariffe resteranno ferme semplicemente perché il procedimento amministrativo non si è concluso entro i termini fissati dalla legge. È accaduto a Paceco, Castellammare del Golfo, Misiliscemi e Trapani, dove vicende differenti – sedute consiliari andate deserte, mancanza del numero legale o mancata approvazione del Piano economico finanziario – hanno prodotto lo stesso risultato: il rinnovo automatico delle tariffe già in vigore nel 2025. Tra le situazioni più curiose figura quella di Valderice. L’annuncio di una riduzione del dieci per cento della TARI aveva alimentato aspettative tra i contribuenti, ma il mancato passaggio in Consiglio comunale entro la scadenza prevista ha reso impossibile dare seguito alla promessa. Di conseguenza continueranno ad applicarsi le tariffe dello scorso anno, già ritoccate al rialzo.
Diversa, invece, la strategia adottata da Alcamo. Qui l’amministrazione ha scelto di intervenire sul bilancio comunale, destinando una quota consistente di risorse e di avanzo vincolato a ridurre il fabbisogno da coprire attraverso la tassa sui rifiuti. Una scelta che punta ad alleggerire il peso del tributo senza incidere sulla qualità dei servizi. Il risultato finale è quello di una provincia che procede a velocità differenti. Le differenze non dipendono soltanto dall’andamento dei costi del servizio o dalle percentuali di raccolta differenziata, ma anche dalla capacità delle amministrazioni di rispettare i tempi imposti dalla normativa e di costruire equilibri finanziari sostenibili. La TARI, ancora una volta, finisce così per essere molto più di una semplice tassa. Diventa il riflesso delle scelte amministrative, della solidità dei conti pubblici e, in alcuni casi, persino della tenuta degli equilibri politici. E alla fine, come sempre, è il cittadino a misurare tutto questo attraverso l’importo che troverà nella prossima bolletta.