IA, capitale, critica e versi di rottura, il nuovo libro di Antonino Contiliano

redazione

IA, capitale, critica e versi di rottura, il nuovo libro di Antonino Contiliano

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sabato 23 Maggio 2026 - 07:00

Per l’edizione “Lithos” (Roma) Antonino Contiliano, pubblica “Per una critica dell’economia poetica dell’io – Soggettività collettiva, poesia antagonista e intelligenza artificiale” (Lithos, maggio/2026, pp.216, € 18,00). L’opera saggistica porta l’introduzione di Francesca Medaglia (RTDA in Critica letteraria e letterature comparate presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne, Facoltà di Lettere e Filosofia di Sapienza – Università di Roma). L’opera saggistica di Contiliano appare subito dopo aver ricevuto il premio campano “una vita dedicata alla poesia” (Poesia a Napoli- VI 20224-2025). L’opera si connota per i tratti distintivi di una posizione critica che, nello scenario contemporaneo del capitalismo digitale e dell’AI, alla poesia, all’arte e alla cultura politica affida la funzione di resistenza e trasformazione.

Così, sinteticamente, il quadro in cui si muove la nuova opera di Contiliano: non solo strumenti tecnici, ma dispositivi di controllo, le piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale non si limitano a organizzare informazioni: estraggono emozioni, desideri, linguaggi e li trasformano in merce. In questo scenario, la poesia può diventare un campo di battaglia per una resistenza estetico-politica.

Viviamo in un’epoca in cui l’economia non produce più principalmente oggetti materiali, ma intermedia relazioni, affetti e attenzione. Come evidenzia la riflessione critica più recente, le grandi aziende digitali – i “proprietari senza proprietà” – esercitano un controllo unilaterale sul potere predittivo e manipolativo dei dati. Non siamo di fronte a semplici contenitori neutri di informazioni: le piattaforme sono veri e propri dispositivi affettivi che riconfigurano il nostro modo di sentire, conoscere e agire.

Paura, piacere, fiducia, ironia: ogni nostra vibrazione emotiva viene profilata, astratta e reinserita nel circuito della merce. Si tratta della fenomenologia del “sentire il sapere” – quella dimensione pre-riflessiva che guida le nostre scelte prima ancora che ne siamo consapevoli. L’IA, in questo contesto, non è una minaccia esterna, ma un ingranaggio centrale del capitalismo linguistico-digitale.

Di fronte a questa trasformazione, rifiutare il digitale sarebbe ingenuo e controproducente. Serve invece una pratica di riappropriazione: disattivare selettivamente gli stimoli, modificare le interfacce, inserire domande che interrompano il circuito dell’assenso immediato. E qui la poesia può giocare un ruolo inaspettato. Nell’antichità greco-latina, politica, arte, tecnica e poietica non erano separate: la politiké téchne era un sapere unitario che riguardava la vita comune. L’astrazione moderna che ha diviso questi ambiti può essere ricomposta proprio attraverso un uso critico degli stessi strumenti algoritmici. Il poeta, oggi, non è chiamato a fuggire nella torre d’avorio, ma a mappare le logiche sistemiche del capitalismo linguistico: la standardizzazione dei generi, l’omologazione dei lessici digitali, la riduzione del linguaggio a puro segnale informativo.

Più radicalmente, la poesia può diventare macchina da guerra contro l’algoritmo definitivo. Come? Usando reti neurali e generatori di testo non per imitare canoni pseudo-certi, ma per produrre deviazioni sistematiche: esplorare il nonsenso, forzare le contraddizioni semantiche, ibridare codici antagonisti. Si tratta di un sabotaggio dall’interno che trasforma la macchina da strumento di consenso universalizzante in generatore di singolarità irriducibili. L’idea dell’autore individuale e proprietario – funzionale al mercato – viene scardinata a favore di una produzione collettiva e tecno-mediata. Come scrive Chiara Bottici, il concetto stesso di “politica” come entità separata è un’invenzione moderna: possiamo decostruirla. Maurice Blanchot, leggendo René Char, parlava di un “ordine del disordine” fatto di immagini rapide, sostantivi senza articoli, frasi prive di verbi – una tecnica che rende contigui segni senza rapporti prestabiliti.

Tutto ciò ha un potenziale politico enorme. Significa immaginare economie simboliche alternative al profitto e all’engagement di partito: metriche basate sulla diversità linguistica, sulla complessità concettuale, sulla capacità di generare dissenso. L’AI può diventare un’alleata fondamentale non per sostituire il giudizio umano, ma per potenziarlo, fornendo mappe del potere simbolico, cantieri di tecniche di deviazione e modelli per economie alternative.

In un’epoca di algoritmi che aspirano al controllo capitalistico totale, il compito estetico-politico della collettività è allora riprogrammare l’AI come macchina del conflitto, della contingenza e della possibilità. L’essere umano del XXI secolo, se continua a esistere, deve porsi come colui che “scomparendo” non finisce mai di trasformarsi: muta pelle come i serpenti, usa la tecnica per riaprire spazi di libertà. Il “noi” collettivo non è un’intersoggettività che preesiste alle relazioni, ma un processo ininterrotto di co-individuazione. La poesia, in questo teatro di resistenza, non separa mai la poiesis dalla praxis: è il luogo in cui il linguaggio si ribella alla sua riduzione a merce, e l’algoritmo si piega a diventare strumento di libertà. Non una fuga, ma una trincea. Non un lamento, ma una riprogrammazione. Il libro è disponibile per l’acquisto nelle principali librerie online oppure sul sito della casa editrice, Lithos Libreria Editrice (https://lithoslibreriaeditrice.it).

Giacomo Cuttone

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