In pochi giorni il mare della provincia di Trapani ha riconsegnato tre corpi. Il 5 febbraio 2026, nelle acque trapanesi, è stato ritrovato il cadavere di una donna in avanzato stato di decomposizione, tanto da impedirne l’immediata identificazione. Un altro corpo è stato recuperato al largo di Pantelleria, un terzo lungo il litorale di Marsala. Non c’è ancora certezza sulle identità, ma le prime informazioni fanno temere che si tratti di migranti. Donne e uomini partiti dai propri Paesi in quello che viene chiamato “viaggio della speranza”. Un’espressione che suona quasi retorica, se confrontata con la realtà: barconi fatiscenti, rotte pericolose, trafficanti senza scrupoli. Si parte per vivere dignitosamente, per inseguire un sogno, per offrire un futuro ai propri figli. E invece, troppo spesso, il Mediterraneo si trasforma in un cimitero.
Proprio nei giorni scorsi, in una nostra intervista, Pietro Bartolo, già eurodeputato e per anni responsabile dell’accoglienza sanitaria a Lampedusa, ha parlato senza giri di parole: dal Maghreb gli sbarchi continuano, costanti. Dall’inizio dell’anno – ha ricordato – si contano già mille morti. Mille vite spezzate nel silenzio. Un silenzio assordante. Perché queste morti non fanno rumore. Fa più rumore un comico accusato di sessismo al Festival di Festival di Sanremo, fa più rumore un giornalista che sbaglia l’apertura delle Olimpiadi. L’indignazione corre veloce sui social, si consuma nei talk show, si accende e si spegne nel giro di ventiquattr’ore. Intanto il mare continua a restituire corpi.
Viviamo immersi in un flusso continuo di televisione e social network, sommersi da una spazzatura mediatica che distrae, divide, anestetizza. E mentre discutiamo del superfluo, la risacca ci riporta addosso l’essenziale: la misura della nostra disumanità. A partire da chi governa e sceglie di minimizzare, di oscurare i numeri, di concentrare il dibattito su riforme controverse della giustizia o su disegni di legge “sicurezza” che promettono protezione ma rischiano di renderci più fragili e più soli. Quei corpi senza nome, oggi, sono uno specchio. Ci interrogano su che cosa siamo diventati. Su quale valore attribuiamo alla vita umana quando non ha documenti, quando non vota, quando non fa audience. Il mare non urla. Ma ricorda. Sta a noi decidere se continuare a voltare lo sguardo o restituire almeno dignità a chi non è riuscito ad arrivare.