Questo Ponte non s’ha da fare

Gianvito Pipitone

La Corda Pazza

Questo Ponte non s’ha da fare

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giovedì 05 Febbraio 2026 - 13:34

C’è un passaggio, nell’articolo di Massimo Fini stamattina sul Fatto Quotidiano, che a mio avviso merita attenzione. Non tanto per ciò che dice del Ponte sullo Stretto, quanto per ciò che rivela sul modo in cui ormai si discute in Italia. Fra le varie osservazioni, Fini sostiene che il Ponte non lo vuole nessuno e porta a sostegno una motivazione: “Non lo vogliono anche per ragioni psicologiche che non vanno sottovalutate: i calabresi dicono ‘noi siamo abituati da millenni ad avere di fronte un’isola’, i siciliani, in contrapposto, dicono ‘noi siamo abituati da millenni ad avere di fronte un continente’”. Una spiegazione folcloristica, quasi antropologica, che porta con sé un’idea vagamente pessimistica e immobilistica della realtà. Francamente inaccettabile.

Per carità: sul Ponte sullo Stretto è sacrosanto poter avere le proprie idee, e io stesso – che non sono nessuno – mi dichiaro contrario alla sua realizzazione. È bene dirlo fin dall’inizio. Ma, per sostenere una posizione, soprattutto se si è uno stimato intellettuale, occorre portare argomentazioni solide: tecniche, economiche, ambientali, di fattibilità, oppure legate alla contingenza politica (instabilità, polarizzazione, priorità). Argomentazioni che siano misurabili, verificabili e di cui si possa avere contezza. Le motivazioni psicologiche, almeno quelle riportate nell’articolo, non appartengono a questo campo. Per questo Fini parla di opinioni ideologiche e, viene un po’ da sorridere, perché così facendo accetta le stesse regole di chi quel ponte lo sta spingendo al massimo – in particolare il ministro Salvini – proprio in nome di una colossale operazione ideologica.

Il punto vero della riflessione non è il “Ponte sì” o “Ponte no”, bensì il modo in cui è cambiato il pensiero critico: almeno per quanto riguarda gli argomenti e le motivazioni che dovrebbero bocciarne il progetto. Se anche una penna acuta come quella di Fini finisce per ridurre la questione del Ponte a un’analisi da fanzine anni ’90, allora i sintomi della società sono gravi. Il presente articolo – mi sembra banale dirlo – non è un attacco personale al grande giornalista che, nel corso degli anni, ci ha spesso deliziato e provocato con pezzi mai banali e sempre particolarmente puntuti. È invece, nel senso kantiano del termine, una critica. Proprio perché da Fini – che sa maneggiare la penna e conosce bene la complessità del reale – ci si aspettano posizioni non semplicistiche, capaci di approfondire davvero la materia. E si badi bene: qui non si tratta di essere favorevoli o contrari alla realizzazione del Ponte. Si tratta del metodo dell’analisi. E del linguaggio.

Ad ascoltare le due campane contrapposte, il Ponte è ormai diventato un totem. Un simbolo divisivo. Un terreno di scontro ideologico. Non un’infrastruttura da valutare nel merito, ma un’idea da amare o da odiare. Da appoggiare per partito preso oppure da bocciare senza appello.

E invece basterebbe poco per riportare la discussione su un piano più razionale: un’analisi trasparente, senza propaganda, che inserisca il Ponte dentro un progetto più ampio. Bisognerebbe quindi chiedersi: i ponti servono? le infrastrutture servono? Il progresso serve? Chiunque in possesso di un minimo di raziocinio credo sia d’accordo su questo. Ma allo stesso tempo: cos’altro serve in Sicilia e Calabria? Serve l’alta velocità e il doppio binario ferroviario? Servono autostrade decenti? Servono statali messe in sicurezza, che ogni anno mietono centinaia di vittime? Certo che servono. Come nel resto del mondo, si costruiscono infrastrutture perché servono, non perché fanno scena. E cos’altro serve per mettere in sicurezza il territorio siciliano, investito in queste ultime settimane dal ciclone più devastante degli ultimi decenni? cambiando per sempre i connotati alla costa jonica della Sicilia, oltre che al paese di Niscemi, franato rovinosamente in seguito alle pesanti piogge.

Ecco perché, al netto delle valutazioni tecniche su sicurezza, fattibilità, e al netto delle analisi sull’impatto economico (ce lo possiamo permettere ora?), il progetto sul Ponte avrebbe senso, ma solo se inserito in un piano di sviluppo trasparente e non ideologico, come invece oggi appare. Non dev’essere, cioè, una cerimonia per posare la prima pietra, ma un progetto integrato che metta principalmente al centro la sicurezza dei cittadini all’interno di un sistema di infrastrutture utili e funzionali. Senza questo quadro, il Ponte rischia di restare un gesto isolato, una cattedrale nel deserto. E il dibattito che la circonda finisce per diventare l’ennesima prova della nostra incapacità di ragionare senza bandiere in mano.

A mio avviso servono dunque i progetti giusti, le risorse giuste, i tempi giusti. E soprattutto serve una discussione adulta, capace di tenere insieme complessità e buon senso. E i maestri del pensiero non dovrebbero cedere alle facili semplificazioni. Almeno loro … Altrimenti, è finita davvero.

E per finire: la mia idea è che prima o poi il Ponte si farà. Perché il progresso non si può fermare. Ma certo non è ora. Non con questo governo e con questa classe politica. E chissà quando saranno maturi i tempi.

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