Antonini, ascesa e crollo di un’illusione trapanese

Claudia Marchetti

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Antonini, ascesa e crollo di un’illusione trapanese

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martedì 13 Gennaio 2026 - 07:00

Quando Valerio Antonini sbarcò a Trapani, pochi avrebbero potuto immaginare che quel che sembrava un “cavaliere bianco” destinato a ridare lustro allo sport cittadino si sarebbe trasformato in uno degli episodi più amari e confusi della recente storia sportiva italiana. In appena tre anni, il progetto che aveva acceso speranze e passioni è scivolato in un baratro di penalizzazioni, irregolarità amministrative e accuse incrociate, fino a cancellare di fatto la presenza della Trapani Shark nel basket nazionale e a condannare il calcio granata a una montagna di punti di penalità. La vicenda ha ormai il sapore di una morte annunciata, un lento collasso segnato da scelte avventate, apparenti errori di gestione e un conflitto sempre più insanabile tra il patron e le istituzioni sportive. In Serie A la Trapani Shark è stata travolta da continui provvedimenti: penalizzazioni che si sono accumulate fino a rendere impossibile competere e una inibizione di due anni per lo stesso Antonini, che ha visto la sua figura centrale nel progetto zavorrata da sanzioni e contestazioni.

E pensare che all’inizio il clamore intorno al suo nome faceva sognare. Un imprenditore romano con esperienza internazionale, lieto di portare risorse e competenze in una città affamata di successi sportivi e stima. Ma ben presto l’irruenza ha preso il sopravvento sull’equilibrio: dichiarazioni a mezzo social, attacchi alla giustizia sportiva e l’ombra di contenziosi legali estenuanti hanno trasformato la sua immagine da possibile salvatore a emblema di un disastro organizzativo. Nel frattempo, la squadra di calcio del Trapani non è stata risparmiata: il Tribunale Federale della FIGC ha inflitto ben 15 punti totali di penalità in Serie C per irregolarità nelle procedure contabili e amministrative, facendo precipitare il club nei bassifondi della classifica e allontanando ogni velleità di rilancio.

La Shark non crea neppure un precedente. Nel 2019 la Mens Sana Siena fu esclusa dall’A-2 dopo un’altra stagione disastrosa, con squadre giovanili in campo e risultati che violavano l’equità competitiva. Allora, però, l’attenzione fu sullo sport, oggi la questione è più profonda: cosa sta accadendo nello sport italiano quando l’amore per una maglia si confonde con la follia di investimenti senza rigore? Certo, Siena e Trapani non sono la stessa cosa, ma tra antichi fasti svaniti e nuovi disastri societari sembra che qualcosa nel sistema si sia rotto da tempo. Troppe responsabilità nelle mani di pochi? Controlli insufficienti? Un’economia che ha tolto all’essenza dello sport il suo cuore? Il ciclismo, l’atletica, il calcio, il basket… le cronache degli ultimi anni mostrano uno sport sempre più vulnerabile ai colpi di scena drammatici, dove il denaro e l’apparenza contano più della sostanza. Pochi controlli? Probabile. Troppi soldi? Senz’altro. L’idea che l’Uefa possa governare queste derive sembra ogni giorno più debole, mentre il pubblico assiste stupefatto.

E poi ci sono i gesti di Antonini, che si è dimostrato più irruente di Gaucci, di un Ferrero o un Zamparini: video di Enzo Tortora pubblicati e poi rimossi su Facebook. Forse un tentativo di giocare con l’immagine di sé, probabilmente una mossa di chi, a mente lucida, si sarà accorto dell’assurdità di paragonarsi a uno dei casi giudiziari più clamorosi e tragici di sempre. Un segno di quel desiderio di apparire un pò – come direbbero i giovani di oggi – “too much” in un contesto in cui l’umiltà e la misura sarebbero servite più di ogni altra cosa. Al di là di come finirà questa stagione sportiva – se con l’esclusione definitiva del Trapani Shark dalla Serie A o con un ulteriore precipitare nel campionato di calcio – resta un quadro desolante: un progetto che doveva essere simbolo di rinascita si è trasformato in una lezione amara su cosa succede quando la fiducia, la passione e le ambizioni non incontrano la disciplina, il rispetto delle regole e un sano senso di responsabilità. E allora rimane solo il rammarico di tifosi, appassionati e cittadini: un sogno sportivo che è durato troppo poco, consumato tra penalità, polemiche e l’eco di errori che avrebbero potuto – e potuto – essere evitati. Cosa succederà adesso a questa società di basket? Morirà anch’essa? Al momento tanti dubbi, ma di certezze, ahimè, ne avevamo sin troppe. E non tutte positive.

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